46

Stamattina m’è tornato in mente un episodio del passato.

Era Primavera del 2006, forse 2007. Una primavera di Maggio probabilmente ché ricordo l’afa e il caldo di quei giorni. Avevo percepito dolori addominali sin dal mattino e me ne ero sbarazzato adducendone la causa alla mia dieta-junk-food. Il tardo pomeriggio, però, m’era preso un dolore lancinante al fianco destro e rivoltandomi nel letto pregavo la mamma di chiamare mio padre per ascoltarne la diagnosi. Il tutto s’era risolto con un <<sarà una piccola colica, non t’agitare>>. Ma i dolori nel tempo s’erano intensificati e sebbene mia madre continuasse a manifestare diffidenza nei miei confronti (maliziosamente sospettava che la mia fosse una deplorevole recitazione da peggiori bar di Caracas per evitare il compito in classe del giorno), mio padre s’era convinto di una probabile appendicite. Sicché di fretta e furia s’era deciso a portarmi in ospedale. Fui ricoverato al Bambin Gesù poiché essendo minorenne mi era consentito ancora. Era notte; e mi ricordo che non essendoci posti letto disponibili nei reparti d’attinenza, mi sbatterono in quello di nefrologia. La notte trascorse abbastanza tranquilla e la mattina feci conoscenza con la compagna di stanza: una ragazza forse coetanea forse pochino più grande. Non ricordo il nome; però era bello strano, questo sì che lo ricordo. Insufficienza renale sin da piccola e sei giorni su sette in ospedale per l’emodialisi. Me la ricordo perché era d’una bellezza esotica: scura di carnagione e mora, con l’occhio leggermente affusolato, ed un bel neo vicino al labbro (ché a me i bei nei vicino al labbro o sotto gli occhi fanno proprio impazzire). La mamma trascorreva la maggior parte del tempo assieme a lei; il padre ed il fratello invece passavano a trovarla il Sabato. Erano due grandi chiaccherone e in poco tempo c’eravamo ritrovati a parlar del tutto e del più, come amici di vecchia data. A pensarci adesso probabilmente, quando passi così tanto tempo in ospedale, o impari a far amicizia con tutti o ti butti dalla finestra.  Erano di periferia: belle burinotte e simpatiche. Forse un po’ troppo sempliciotte. Ma di quella semplicità d’animo che le cose che ti manda la vita, anche quando brutte, le vedi sempre con il sorriso ed un pensiero positivo.
In ospedale poi rimasi per 4/5 giorni. Controlli, analisi, digiuno. Tanto digiuno. Non trovarono nulla se non il valore dei leucociti leggermente più alto della norma. Ma nulla d’allarmante, nulla che potesse confermare un’appendicite o chissà cos’altro….tranne quel dolore che persisteva, seppur ormai affievolito. Ad oggi non ho mai saputo cosa abbia avuto. Probabilmente niente. Probabilmente tutto. Anche se mi piace ipotizzare una appendice retrocecale infiammata (dato anche il dolore, leggero, che s’era irradiato posteriormente). Io le fitte, ogni tanto, ancora ce l’ho. Brevi e deboli, ma ci sono. Ed allora penso a quella stronzissima appendice che mi guarda e mi deride: <<Vedi che te combino! Quanno manco ce o pensi te vengo a pija!>>.

Chissà dov’è ora. Lei che, sebbene la vita non fosse stata così generosa nei suoi confronti, le si era aggrappata fiduciosa del domani.

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42.

Ed allora sì; magari son proprio questi i momenti giusti. Quando l’orologio batte le 3.15 del mattino e ti accorgi che fuori piove. Ed allora sì, dai, cominci a pensare che la tua vita è come una grossa, gigantesca, paffuta nuvola carica d’acqua; e gli istanti della tua esistenza scivolano giù toccando il fondo dell’asfalto, senza chiedere il permesso, senza esigerlo. Tu stai su, in alto, tu sei la nuvola. Come sei contenta inizialmente, povera nuvola! Perché hai in te tutto: la somma dell’esistenza, l’origine della vita.
Sei piena e trabocchi, cominciando a lasciar cadere le annoiate gocce ormai stufe di farti compagnia. Ma non ci fai troppo caso: perché ti credi immensa nel tuo pensiero limitato; sicché, però, quando cominci a sentirti troppo leggera, quando cominci a sentirti nuda, allora ti accorgi che sotto -su quella zattera di cemento tanto lontana- la pozzanghera s’è trasformata in fiume: ed il fiume in mare e poi il mare in oceano. E tu, tu cominci a prender coscienza che più lasci cadere le gocce tanto più diventi piccola, innocua, bianca.

Quando ti accorgi che istante dopo istante gli attimi della vita cadono vittime del passato: ti senti inutile, trovi tutto inutile.

È difficile trovare un significato a ciò che accade. Convincere noi stessi che per tutto ve ne siano uno, forse, è l’ironia tragica della vita. Ed allora sì, dai, ancora una volta sfoggiando un sorriso ripeterò la miglior barzelletta del mio repertorio: “Dio non gioca ai dadi ed io non credo nelle coincidenze”.

29.

Quando mi si chiede se vi è qualcosa che rimpiango, rispondo sempre il non aver conosciuto i miei nonni. Il primo, quello materno, morì quando avevo circa 5-6 anni; il secondo invece quando ne avevo 10…ma a quel tempo era già perso nel suo mondo per poterci parlare.
Ed è di quest’ultimo in particolare che, con rammarico, sento la mancanza.

Il Giovedì pomeriggio mi ritrovo a far compagnia alla nonna, essendo esso il giorno libero della badante. E sebbene abbia da studiare o chissà altro, non riesco a non sedermi accanto a lei e sentire le sue storie, la sua vita, i suoi tormenti, i suoi rimpianti. Sempre gli stessi, sempre uguali. Ma mi piace. Mi piace stare là, disteso sul divano, lasciandola sfogare, a vederle gli occhi illuminarsi o oscurarsi d’un passato ormai lontano. Un passato duro, faticoso, impegnato.
Mia nonna è stata una personalità particolare. Un carattere molto forte, molto autoritario, capricciosa, severa, maliziosa, diffidente. Ed ha avuto una vita molto difficile, sin dall’infanzia. Ma quando siamo assieme parla, parla, parla. Racconta di tutto, di tutti. Anche di lui. Di mio nonno. Di quell’uomo che dal pascolare le pecore sino a 15 anni, si decise ad istruirsi e prendere il diploma d’insegnante sino ad arrivare a dirigere una scuola. Di quell’uomo mesto e silenzioso, filosofo, scrittore, poeta. Di quell’autorità silenziosa ma terribile, di quella tacita severità che faceva scudo ad un carattere dolce e bisognoso d’affetto. Un uomo di cultura, di grande cultura. Di pensiero. Di quel morente che nell’ultima notte, prima dell’ultimo respiro, ha ripetuto incessantemente “Mamma ti ho voluto bene, mamma ti voglio bene“, invocando la madre persa a 4 anni.

E così, anche oggi, ho riascoltato le storie di questa vecchietta ultra-novantenne, ancora lucidissima e capace di farsi 5 piani di scale a piedi senza mai arrestarsi. Ed ho avuto il piacere di riascoltare la vita di mio nonno. E niente, tutto qui.

27.

Non gradisco mai il giorno prima di una partenza. La frenesia, la confusione, i pensieri dell’organizzazione. Ovviamente -e ti pare altrimenti?- mi riduco sempre all’ultimo minuto. Per tutto.
E allora vai a comprare questo, trovare quest’altro, tirare fuori documenti, biglietti, bigliettini, foglietti, e la t-shirt dove è finita? Ma non entra nulla in questo sputo di valigia! E se perdo l’aereo? E quando arrivo là come faccio?

Sono di una pesantezza unica. Non riesco mai a godere nulla: l’istante, l’attimo, la poesia del momento.  Non riesco a chiudere la mente ai problemi e ai probabili imprevisti. Devo pormi mille domande che non vedranno mai risposta.

Domani, però, voglio provarci. Voglio andare ad occhi chiusi alla scoperta. Nulla di programmato, nulla di pre-fissato, nulla di calcolato. Io, lei e Parigi. Nulla di più.

26.

Vi capita mai di cadere tra le braccia dei ricordi? Del tempo passato; delle esperienze affrontate; delle cose fatte, dette, non dette; delle persone conosciute, lasciate, mai dimenticate? Dei dispetti ricevuti e fatti; delle provocazioni non accettate; delle scelte compiute: quelle buone, quelle cattive, quelle senza risposta. Delle persone che ti hanno ferito o che tu hai addolorato. Degli ostacoli raggirati, non affrontati; e di quelli invece saltati e superati. Delle amicizie perdute: compagni delle elementari, delle medie, del liceo, del nuoto, del basket…

Mi piacciono questi momenti. Mi piace quando ritrovo, così per caso, un oggetto che collego ad una persona; ad una esperienza, un ricordo. Mi fa sentire sempre felice. Una felicità, forse, un po’ amara. Ma mi strappa un sorriso, un pensiero, un augurio. Ricordo positivamente tutto e tutti. Anche chi o cosa mi ha fatto del male a suo tempo.

Tendo, per natura, a stracciare i rapporti. A chiudere con le persone. Da sempre. Ma non dimentico, non scordo mai. Ho tutto qui, in questa testolina.

13.

Suppongo, presumo, penso, ritengo… ho l’ardire di credere che tu abbia avuto nella tua vita, lunga o corta che essa sia/sia stata, una qualche forma, un qualche tipo, una qualche esperienza sentimentale. Avrai avuto un fidanzato, forse due, probabilmente tre, non rinuncerei a dire quattro…sì, dicevamo; avrai avuto qualcuno da amare, da voler bene, da desiderare, a cui pensare. La vita non è facile né molto simpatica, quindi sarà successo che quella persona da amare sia divenuta da dimenticare. Però quando ci ripensi, quando ripensi a lui/lei/loro/ a cosa pensi esattamente: al suo naso perfetto, apollineo, delicato? Alle sue mani morbide ed affusolate? A quanto era bravo a giocare a calcio (oh che orrore, non me lo prenderei mai un fidanzato calciatore)? O forse ricordi quel piccolo neo sotto il labbro, quella sua inattitudine nel giocare a frisbey, quel suo arrabbiarsi quando qualcuno gli faceva notare la sua testa a pera…insomma, non pensi ai suoi difetti, alle sue gaffe, alle sue piccole mancanze?

Forse, chissà, non hai mai avuto un fidanzatino (dai, quello all’asilo non vale! Ti piaceva solo la sua felpa, che peraltro neppure si cambiava e alla lunga te ne sei accorta), un ragazzo, qualcuno d’amare. Forse, ahimè, hai sempre avuto timore di rapportarti, di confrontarti, di metterti alla prova, testarti. Forse, e chi lo sa, pensi che sia meglio starsene per le proprie piuttosto che osare, provare, tentare. Forse…forse hai solo bisogno che qualcuno ti sorrida e ti dica quello che ti dirò io ora: ovvero che vai bene così, che non c’è nulla da cambiare.