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62.

Perché non bisogna mai smettere di crederci.

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Digressione

61.

Se c’è un qualcosa che riesce ad infastidirmi, è quello di esser preso ed additato come superficiale.
E quando succede che sono io stesso a sentirmi tale, a riconoscerlo, a comprenderlo… scatta in me qualcosa: un senso di rivalsa.

Sono stato a pranzo dai nonni di C. ieri, perché ormai sono un po’ come di famiglia, dai.
E mentre si parlava di politica, dell’attuale classe dirigente, del ’68, di economia e di crisi, il nonno lancia la sua pietra in acqua, non sapendo, forse, di aver scatenato in me un’onda contro il porto.

“Perché voi state sempre là al computer e magari lo sapete anche usare, ma non sapete neppure come funziona la ruota”

È vero. Tutto, ormai, ristagna in superficie, pochi scendono in profondità.
Ed io mi sento, ancora, terribilmente superficiale.

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60.

Ho speso 10 minuti d’orologio nel tentare di mettere assieme un esordio accattivante. Perché quando scrivi -e quando vuoi che qualcuno legga ciò che hai da dire- non puoi accontentarti di rivolgere le tue parole solo a te stesso: ma devi essere in grado, se realmente lo desideri, di arrivare nella testa del lettore. Se, poi, riesci a giungere anche al cuore, hai scritto qualcosa di bello e non solo d’interessante. È per questo che ho provato a mescolare insieme qualche parola che potesse, in qualche modo, dare un’apparenza d’interessante incipit; ma, ahimè, non ci sono riuscito. Perché l’argomento è delicato ed io non sono in grado di parlarne come vorrei.

Chi segue questo blog sa, o almeno dovrebbe sapere, che ho 22 anni. Molti, forse, sanno che son di Roma. Pochi sanno cosa studio o cosa faccio. Perché, sinceramente, non trovo di qualche utilità un’informazione del genere.
Forse nessuno, ad esclusione di pochissimi, sa che ho i capelli rossi. Ora, forse, sono più ramati, ma vabbè. E che vi frega? In teoria non dovrebbe in alcun modo, difatti. E non è un’informazione che elargisco con una così semplice facilità, lo ammetto. Perché non amo il mio colore. Ma continuate a leggere.
A Roma, nella “grande capitale”, c’è (o forse c’era) una superstizione legata alle antiche ignoranze popolari: cioè che una persona dai capelli rossi porti sfiga. Si usava (uso il passato perché sono anni che non mi capita) toccare un vicino, incrociare indice e medio e proferire “roscio tuo chiuso”. Probabilmente ora reagirei in maniera matura; ma un bambino ci soffre. Io ci ho sofferto.
Vedersi umiliato così, in pubblico, etichettato come sfigato non è bello. Disprezzato per il colore dei capelli che io non ho scelto, che io non ho chiesto né voluto…non è bello. Perché ti fa male dentro, ti fa sentire inferiore agli altri, ti fa sentire diverso. E cosa c’è di più umanamente degradante e disumano, di violento e profondamente sbagliato che far sentire una persona diversa?
Non mi piaceva uscire; non mi piaceva camminare in mezzo ai ragazzi più grandi con il timore di quel “roscio tuo chiuso” urlato senza pietà. A nuoto, poi, c’era questo ragazzo più grande che in doccia si grattava il pube e si rivolgeva a me dicendomi  “porti sfiga”. Ma se solo lui aveva cominciato inizialmente, poi lo seguirono tanti altri. Ed io, là, stavo zitto, mi lavavo, vestivo ed andavo via. Ma a casa piangevo, non capivo il perché di quelle parole, di quel disprezzo. A quei tempi, poi, avevo avuto occasione di visionare “The power of one” -splendido film (tratto dall’omonimo romanzo) rappresentante la dura lotta all’apartheid (agli inizi nel 1948) in Sudafrica-. E c’è questa scena, terribile, ambientata in un orfanotrofio… dove al protagonista, nelle docce, viene pisciato addosso dai ragazzi più grandi. Ed io questa scena la sento forte: perché nessuno mi ha mai pisciato addosso, ma è come se fosse stato fatto.
Sono piccole cose che cambiano. Probabilmente non perderò mai questo senso di diversità che porto dentro; questo imbarazzo quando entro in un luogo affollato. Chissà.
E tutto questo…tutto questo perché oggi mi domando come doveva sentirsi un nero nell’America della schiavitù. Come doveva essere guardato, con quale disprezzo, con quale derisione e disgusto.
In America la schiavitù prende ufficialmente piede intorno al 1619, continuata lungamente negli Stati del Sud (ricchi di piantagioni) fino alla guerra civile del 1865, al termine della quale venne promulgato il XIII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Tale forma di schiavitù si realizzava nell’utilizzo di manodopera acquistata in Africa per essere utilizzati come servitori e raccoglitori nelle piantagioni delle colonie. Nel periodo che intercorre tra il XVI e il XIX secolo si stima che circa 12 milioni di africani siano stati trasportati nelle Americhe. Ma le cifre non sono veritiere, si parla difatti tra gli storici di numeri molto, molto più grandi.

Il trattamento degli schiavi negli USA variava a seconda del periodo al quale ci si riferisce e alla località. Ma, generalmente, le condizioni di vita erano pessime, caratterizzate da brutalità dei padroni, degradazione e disumanità. Le frustate per insubordinazione, le esecuzioni e gli stupri all’ordine del giorno. Le punizioni per gli schiavi insubordinati erano fisiche, come frustate, bruciature, mutilazioni, marchiatura a fuoco, detenzione e impiccagione. Talvolta erano elargite senza un motivo preciso, ma solo per confermare la posizione dominante dei padroni. Gli schiavisti negli USA spesso abusavano sessualmente delle schiave, e le donne che opponevano resistenza solitamente uccise. Per preservare la “razza pura” erano severamente vietati rapporti sessuali tra donne bianche e uomini neri, ma lo stesso divieto non era previsto per i rapporti tra uomini bianchi e donne nere. (Wikipedia)

Questo è quanto viene scritto, chissà quanto è stato taciuto. Che torture, che umiliazioni, che sopprusi.
Oggi, quindi, oggi vi lascio con questa storia. Questo è il mio giorno della memoria.
Oggi vi chiedo: come può un uomo far sentire diversa un’altra persona?

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(Peter, uno schiavo di Baton Rouge, Louisiana, 1863, le cui cicatrici sono il risultato della violenza continuata da parte dei responsabili delle piantagioni. Wikipedia)

56.

Ad inizio settimana mi sono rivisto con S., come tutte le volte che torna dall’estero. S. è, forse, l’unico vero amico che conto. Quell’amicizia sincera che non ha bisogno di parole ma di sguardi, che le cose non c’è bisogno di dirle per capirle. È un bravo ragazzo, bravo e serio.
Lo conobbi in 4 elementare quando si trasferì a Roma per il lavoro del padre, lui ed Emanuele. Venivano entrambi dalla Sicilia, un po’ bassetti e tozzi…tarchiati come la maggior parte dei veri siciliani, insomma. Per quanto io sia tremendamente amante della solitudine, ho questa capacità di legare subito, di far subito amicizia. Non sono esattamente come appaio qui nel web. Quando mi rileggo provo forte antipatia nei miei confronti…ma sono anche questo; quello che nei forum o nei blog sembra che si senta stocazzo e precisino e rompipalle, mentre senza una tastiera di pc sono l’imbranato taciturno che quando parla è solo per sparare una cazzata. Faccio ridere, almeno quello.
M’ero dunque ritrovato ad allacciare un bel rapporto con S., che a quell’età significava scegliersi come prima opzione nella partite di calcio (quelle con la palla di spugna nel cortine della scuola), invitarsi a casa, scambiarsi i pokémon in cards e con quei meravigliosi gameboy. Eravamo molto affiatati, insomma.
Con il passaggio alle medie ci separammo e perdemmo di vista; perché io tendo a slacciare i rapporti quando si chiude un capitolo della mia vita. Elementare finita? ZAC. Medie finite? ZAC. Liceo finito? ZAC. Robe del genere, avete capito. Non so perché…ma non mi piace portarmi dietro troppi legami, sebbene le persone importanti le serbo nel cuore e nei ricordi, quello si. Non costa nulla, o forse costa anche di più.
Ci ritrovammo nella stessa classe di Liceo. Feci fatica a riconoscerlo con quel barbone. Cazzo, a me cresce poca tutt’ora, lui a 14 anni si radeva una volta ogni tre giorni. Da là tutto tornò come prima, all’incirca. Perché mentre lui amava la compagnia dei fighetti della classe, io preferivo starmene più in disparte con quelli più anonimi. Ma gli sguardi c’erano, e la complicità è rimasta. Fino alla fine.
Ora sta facendo un master in Scozia in Business and management, dopo aver preso la laurea triennale in Belgio.
Ogni volta che torna, quindi, ci ritroviamo per un paio di aperitivi. Tre-quattro volte l’anno, non di più. Sempre lo stesso posto, che fa schifo e costa pure troppo per quel che offre. Ma è il nostro bar, ormai. Appuntamenti sempre sul tardo pomeriggio, ad un orario che, lui, puntualmente trasgredisce, lasciandomi ad aspettare 10, 15 minuti. Ora, però, ho imparato. Questa volta ha aspettato lui.
E così ci siamo ritrovati a parlare, raccontandoci tutto quello accadutoci da Luglio scorso (non ci sentiamo con email o sms. Quelli, solo per auguri) ed improvvisamente:

-Ma tu hai detto a Cr. (la sua morosa) di essere un asociale?

-Oh, beh, si, potrebbe essere. Perché?

-Perché quando parliamo di te, Cr. dice che sei un asociale, e che gliel’hai detto tu.

-Lo sai che sono bravo a farmi pubblicità.

-Ma ci pensi quando al ginnasio ti obbligavo ad uscire con noi il Sabato sera e venivo sempre a prenderti sotto casa con il motorino? Altrimenti te ne stavi sempre a casa!

-Eh…ricordiamoci anche che i Sabato sera con quelli erano un classico: Campo dei fiori e sbronza. Così, alla meno peggio.

-Vero…ma almeno ti facevo uscire, Cristo! Menomale che c’ero io, guarda! E ricordi invece quando ci preparammo per l’esame di Stato assieme, e passavi ogni 10 minuti a controllare quel cazzo di FarmVille?

-Era Restaurant City, non FarmVille. Ed avevo un ristorante bellissimo.

-Cazzo è uguale. Cristo, ma come ho fatto a non prenderti a botte? E stavo pure a farmi spiegare tutto. Ma quanto eri scemo?

-Non ero scemo. Ho solo buttato tanto tempo della mia vita. Hai idea di quanto rimpianga il tempo perso negli ultimi 3 anni di Liceo?

-E certo. Studiavi si e no 1/4 della giornata e poi te ne stavi al pc a chattare. Cristo, quanto volevo prenderti a botte. Avessi fatto qualcosa! Potevi uscire, fare più sport, imparare a suonare quella dannata chitarra…vabbè quella ho smesso di suonarla anche io ma perché eravamo due seghe, te lo concedo.

-Lo so, lo so. Ci penso tanto, spesso. Al tempo che ho buttato nel nulla, e del tempo cui dovrò render conto. Ci penso, davvero. Cristo, quanto hai ragione.

La vita fugge, et non s’arresta una hora.
Vivo male il tempo che ho perduto e che perdo. Prima di addormentarmi conto quello ho sprecato a far nulla. Mi pento e rinnovo le mie intenzioni a fare di più. Ma poi, spesso, capita di non riuscire. Come oggi, d’altronde. E ti senti giù, in colpa con te stesso e con al vita.

55.

Commiseràre viene dal latino “cum” (con, insieme) e “miseràri” (aver compassione), ed è a tutti gli effetti esprimere il compiangere la miseria altrui. È un verbo che non mi piace usare né sentire utilizzato, poiché manifesta un implicito senso di superiorità di colui che s’appropria del suo uso.
Un aspetto su cui ho molto lavorato in questi anni è stata la mia vergognosa superbia e saccenza, il mio forte sentimento di superiorità verso l’altro. Ad aprirmi gli occhi fu C., quando nei primi tempi della nostra relazione non esitò a vomitarmi in faccia quanto fossi insopportabile nel mio rivolgermi o parlare degli altri, con quell’aria e quel senso di infondata alterigia e arroganza. Come il più delle volte si sbaglia perché non si riesce ad accorgersi del proprio errare, e si comincia a comprendere solo quando qualcuno ci pone davanti il nostro dilemma, così accadde; e cominciai a prestar più attenzione non tanto a come mi rivolgevo al mio interlocutore quanto piuttosto a cosa pensavo di esso: poiché cambiare le parole mantenendo gli stessi pensieri, ricorda, non può essere un’efficace espediente per risolvere i problemi; potrai rimandarli, forse, ma non risolverli. Il cambiamento non è stato (e non lo è tutt’ora) semplice né immediato, ma ho compreso che tra il sentimento d’umiltà e di superiorità il primo ripaga sempre; mentre il secondo si annovera tra gli ignoranti. È per questo che ho cercato di fare dell’umiltà un modo di sentire la vita e di pensiero, un modo d’agire e di relazionarmi con l’altro. Ma…

… ma ogni tanto pecco ancora. E pecco con coscienza, con umile coscienza. Pecco ogni volta che dimostri ciò che ho sempre pensato di te e sempre ti ho detto. E quando ciò che dico e penso poi si dimostra nei fatti, allora si…lo ammetto: ti commisero.

52.

L’altro giorno mi son deciso a formattare il PC. Pare che si debba fare ogni tot per rimetterlo a nuovo, o quasi. Per ciò che non concerne studio/onore/religione/morale/etica sono un grandissimo pigro, e solo l’idea di salvare i dati su hd esterno, ripristinare il computer alle condizioni di fabbrica, e rimetterci dentro i miei quattro stracci mi dava tremendamente noia.

Ripristinare la vita alle condizioni di fabbrica… Sono un paio di giorni che quest’immagine non me la scrollo di testa.