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4.

Si tende, per natura, al semplice e non al difficile. Alla soddisfazione certa, al guadagno facile, alle sicurezze sociali, forse troppo spesso banali. Non si ha voglia di pensare, di riflettere, di osservare. Nessuno più vuole fare sacrifici, nessuno più vuole versare sangue per raggiungere un obiettivo, per elevarsi dalla mediocrità della massa.
All’uomo d’oggi manca l’ambizione. Manca l’orgoglio. Manca l’amor proprio.
La fantascienza ci insegna che prima o poi esisteranno robot umanoidi. La fantascienza si è sbagliata: esistono già, ma sono uomini robotizzati.
Perché accontentarsi del peggio quando si può avere il meglio?

3.

L’uomo è superficiale, lo sappiamo. Vive immerso nel suo mondo con i paraocchi, con la sterile convinzione che tutto ruoti e giri attorno e per lui. La sofferenza, il dolore, le disillusioni, le delusioni: tutto ciò ci permette di svegliarci dall’ inevitabile torpore sentimentale e spirituale a cui siamo abbandonati alla nascita. Se sai soffrire, se non rifiuti il dolore, ma se invece lo accetti come parte inscindibile dell’essenza ed esistenza umana, se comprendi che esso esiste perché possa esserci in sua assenza la felicità: allora cominci a guardare il mondo, la gente, i sentimenti in maniera differente. “Einmal ist keinmal”, recita il proverbio tedesco. Se “ciò che accade una sola volta è come se non fosse mai stato” allora, riflettendo con Kundera, anche la vita è un nulla assoluto. Ma se si prende realmente coscienza e conoscenza che la vita proprio perché unica, proprio perché costruita da attimi irripetibili è magnifica e insostituibile, allora probabilmente si può essere capaci di dare il giusto valore ai momenti, alle gioie, al dolore. Schopenhauer ci insegna che la felicità è il fuggire maggiormente il dolore ed i problemi. Ma non è vero: la felicità è l’aver conosciuto, accettato ed aver imparato dal dolore. È una fonte di crescita necessaria.