72.

C’è questo breve racconto, narrato nel corso di un libro.
Un asceta è in meditazione e deve riuscire a non cedere alla voglia di bere. Il tempo passa, ma lui resiste. Il sole sorge, invade l’aria e disperde calore. Il povero asceta comincia a manifestare i primi accenni di sconfitta… E dai, e dai, e dai e non ce la fa più. Si alza e corre alla fontana ma, ecco: proprio nel mentre si appresta ad intingere l’ arida lingua col getto d’acqua, si ritrae. Ha sconfitto la tentazione: non ha più sete. Si gira trionfante e fa per tornare al giaciglio quando improvvisamente s’arresta sul posto. Comprende una nuova verità: l’orgoglio che nasce dall’essere riuscito a resistere alla sete è una debolezza ancor maggiore dell’aver ceduto ad essa. Torna alla fontana e beve.

Io non torno alla fontana, e non berrò. Rimango con la consapevolezza di essere riuscito a controllarmi. Mi rimane solo questo.

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71.

Per chi fa fatica a credere alle coincidenze e al caso, risulta logicamente immediato il rifiuto della fortuna come cieca dea.
Sono, difatti, tra quella risma di gente per la quale la fortuna ce la creiamo da soli giorno per giorno, scelta per scelta. Ma non solo la nostra, anche quella altrui.
È con questo pensiero che ieri, con il centesimo datomi in resto, ho sorriso nel lasciarlo cadere a terra.

69.

Ho iniziato a non accontentarmi delle amicizie più vicine quando avevo dodici-tredici anni. Quando il modem era ancora a 56kb e regalava quell’indimenticabile suono nel mentre della connessione.
Noi fratelli ce lo si spartiva, ognuno aveva i suoi turni, anche perché la possibilità di connettere più computer all’unisono era ancora il futuro. Divenuto, poi, immediato.
Avevo iniziato a leggere fumetti, e non riuscendo a condividere questa passione con alcuno, digitai su Google alla ricerca di una chat a tema. Scelsi il primo risultato e mi iscrissi immediatamente.
In 5 anni di assoluta attività in quella chat non ho mai visto parlare di manga. Manco una volta, manco per sbaglio. Era una… comunità? Famiglia? Associazione sfigati anonimi? Non lo so, ma era un qualcosa. Un qualcosa che io, personalmente, non conoscevo né avevo avuto modo di conoscere a scuola o al catechismo o chissà dove altro.
Coetanei, liceali, ragazzi, ragazze: c’era di tutto, e quel tutto formava un’unità a cui decisi di voler appartenere a tutti i costi.
Ho conosciuto così persone tra le più splendide e meravigliose. Persone che mi hanno accompagnato in questi 10 anni, persone che ci sono ancora; non tutte, alcune. Con cui ci si sente praticamente quasi ogni giorno, si chiacchiera, ci si confida, si chiedono consigli, se ne danno, aiuti, opinioni, pareri. Si litiga anche, perché no. Eppure non ci si è mai visti.
Le persone che più sento ad oggi, invece, (escludendo le ovvie amicizie storiche del liceo e del sabato sera), sono ragazzi conosciuti su una pagina fan di FB. Ragazzi che ho incontrato ed incontro quando si può, perché siam distanti quasi tutti. Persone con cui si è voluto fare un passo in un più, una voglia di stare assieme che ha oltrepassato il triste confine di uno schermo digitale.
Forse è perché sono abituato, forse è perché io non ci trovo nulla di anormale o strano, che quando sento persone distinguere amicizie virtuali e reali, storco il naso. E qui, anche in questa piattaforma, siete in tanti. Ed io non vi capisco, perché per me non esiste un amico virtuale o un amico reale: esiste un amico e basta.
E WordPress mi ha regalato delle sorprese incredibili. Perché l’apertura di questo blog nasceva con l’intento di lasciare per iscritto qualche racconto o qualche pensiero, sperando nel giudizio di altri. Poi, invece, ho cominciato ad interessarmi alle parole di alcuni, alle loro vicende, ai loro frammenti. E più ricevevo da voi in regalo questi tasselli di vita, tanto più sentivo il bisogno di condividerne anche io, di parlare di me, di contribuire a quel grosso mosaico che è l’intreccio delle nostre vite. Perché, cavolo, a me piacete da morire. E i rapporti, pian piano, diventano più solidi, ci si conosce meglio o almeno ci si prova, si chatta, si chiacchiera, si discute, si scherza assieme. Ciò che era sbiadito pian piano diviene più nitido. Ma c’è chi, poi, ad un certo punto non se la sente più. Fa un passo indietro e te ne racconta tante solo per dirti che forse è meglio alzare ancora di più il muro esistente; ed il fatto è che se tu mi alzi un muro io quel muro lo vedo, lo abbraccio di tristi sguardi e mi allontano. Me ne vado arrabbiato e deluso. Non mi metto a supplicare né molto spesso do il tempo di dar spiegazioni, saluto e sparisco. Perché una persona che prende le distanze, a me fa proprio male. Come se fossi un ladro, come se chissà quali intenti io possa mai avere se non quello di… parlare, semplicemente. Forse è perché non tutti sono abituati a conoscere persone nel net o forse perché uno nun c’ha voja e basta, senza menar troppe stronzate.
Ma ve ne sono tante che restano. E, in questa stramba piattaforma, si conoscono anche persone con cui, apparentemente, non sembri aver nulla in comune. Magari perché sono più grandi o perché la si pensa in maniera completamente diversa su temi importanti.Ti aspetti che neppure ti considerino, perché tu in realtà sei un cucciolo d’uomo che si diverte a fare il grande. Ed invece ti ascoltano.
L’amicizia, qualunque essa sia, è uno scambio d’emozioni. C’è chi ti le regala con un commento, chi con un libro, chi con una partita a scacchi, chi con le sue attenzioni.