95. Analgesico notturno

E niente; ricordo quando, su quella panchina, rubavo il profumo dei tuoi baci e mi sussurravi “ti amo” in tutte le lingue del mondo. Gridavi impaziente il tuo amore, tra le mie promesse bugiarde e le tue speranze tradite. Mi dicevi, accarezzandomi, di pensare solo a te; di lasciar fuori il mondo amandoci tra gli alberi di quella Villa. Ti tenevo sulle mie gambe perso nei tuoi occhi e come un lupo affamato ti provocavo mordendoti e baciandoti il collo. Tiravi indietro la testa e godevi di quei rapidi baci, pensando -chissà- d’esser dentro un sogno. E sogno lo era per davvero: ché non ho resistito a baciarti poi le splendide labbra. Un bacio, due baci, dieci baci. Ore ad assaporare i tuoi baci e il tuo caldo respiro. Ti ho amata quel pomeriggio. Ti ho amata su quella panchina. Ti ho amata sapendo che sarebbe finita: ascoltavamo dalle cuffiette la tua canzone preferita e non avevo coraggio nel dirti che ci saremmo presto svegliati. Ma poi s’è fatto tardi e m’hai costretto ad alzarci. Camminavi davanti; così t’ho preso per i fianchi e girandoti t’ho baciata, ricordi? Ridesti nel dirmi che non c’era più tempo e il treno sarebbe partito. Nella metro m’hai chiesto un pegno d’amore: un bacio davanti a tutti, incuranti di tutto. Te ne ho rubato un altro e poi un ultimo sul treno.
Ma il treno se ne è andato e il mio amore con lui. Perché era troppo bello per essere vero e tu troppo bella per non essere un sogno. Alla fine della Fiaba, mia cara, tu sei la principessa ma io solo un inetto.

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