68.

Se mio padre è riuscito a farmi entrare in testa qualche valore, senza dubbio uno è l’onesta. E i suoi esempi di vita hanno così scavato nella mia persona, che amo definirmi un onesto patologico. Devo esserlo per forza. Non ci sono sconti, né mezzi termini. Vivo l’etico-moralmente giusto, lo seguo, mi impegno. Niente scorciatoie; se il percorso è ripido e tortuoso, anzi, mi diverto anche a percorrerlo. D’altronde una delle poche cose che ricordo della Fisica studiata al liceo è che non importa né il punto di inizio, né quello di fine: importa solo il percorso.
Di esempi nei potrei riportare tanti, ma c’è una cosa di cui piace vantarmi: non ho mai copiato ad un compito o ad un esame. E non dico mai per dire quasi-mai. Mai sta proprio per mai. Questo, per me, è davvero un vanto; qualcosa di cui vado fiero. Mio nonno ripeteva sempre: non importa che ti promuova la scuola, se poi ti boccia la vita. E a me piace questa frase, piace molto.

Voglio raccontarvi del mio professore di Storia dell’Arte al Liceo. Ora, però, è bene precisare che tipo di persona fosse. Se mi concedete il lusso di farla breve: un grandissimo figlio di puttana. Uno stronzo alla N potenza, viscido, subdolo, opportunista, meschino, ignorante. Il suo aspetto esteriore rispecchia, forse, ciò che porta dentro: assomiglia a Jabba. Sapete chi è Jabba, no?
Jabba con il riporto, ecco. A voler essere… onesti.
Non parlerò del suo provarci con le studentesse, delle sue battute a sfondo sessuale, della sua presunta relazione con una ragazzina, delle sue lezioni inutili e prive di alcun fondamento storico. Ma parlerò di uno, solo, ed unico episodio.
Eravamo abituati bene, devo ammetterlo. Lui sparava le sue stronzate sugli artisti, noi prendavamo appunti di quelle cazzate, e si decideva assieme il giorno delle interrogazioni o del compito in classe. Questa era la prassi.
All’ultimo anno però, proprio poco prima della pagella, entrò in classe e ci avvisò del compito a sorpresa. Putiferio: perché noi si studiava solo quando sapevamo di doverlo fare.
Urla, grida, proteste. Ma il compito s’aveva da fa. Il professore distribuì i fogli, e la classe rimase immobile. S’era insieme deciso di non rispondere a nulla e lasciarlo in bianco. Girava ‘sta voce che se nessuno l’avesse svolto, il compito sarebbe stato automaticamente nullo. Chissà poi se ‘sta cazzata è vera. Come la regola che non si poteva essere interrogati in 3 materie in una sola giornata. Non ho mai avuto modo di verificarne la veridicità, ma ho salvato il culo una marea di volte appellandomi allo Statuto degli studenti.
I primi 15 minuti, comunque, passarono decisi. Lo stronzo alla cattedra ci diceva che dovevamo farlo o ci avrebbe messo 2, con il rischio di dover poi frequentare corsi di recupero nel secondo quadrimestre. Dopo mezz’ora ci sorrise e disse “oh beh ragazzi io ora devo assentarmi, fate silenzio”. Ci lasciò soli. Soli, durante un compito in classe in cui nessuno sapeva niente e lui ne era perfettamente conscio. Vi potete immaginare il risultato: un via via di scopiazzatura di libri e quaderni. Dal canto mio… beh cosa potevo mai fare? Io non sapevo rispondere a quelle domande e non risposi. Lasciai il foglio in bianco. Non per protesta o per fare il figo. Non sapevo che scrivere e non volevo copiare. Rientrò in aula a fine lezione fecendo ritirare i compiti, ed io mi guardai bene dal portarglielo personalmente: lo infilai nel mezzo del mazzo di chi stava raccogliendo.
Quando riportò i compiti corretti, il mio aveva un bel 2. Non ricordo bene cosa disse, qualcosa sul fatto che avevo voluto fare l’eroe ed ora mi beccavo un 2 in pagella. Un imbecille insomma. A ricreazione, poi, quando gli passo vicino nel corridoio – era intento a parlare con una collega – mi ferma e dice: ecco è lui il ribelle che ha lasciato il compito in bianco, il rivoluzionario. Allorché io me lo guardo bene, poi anche la sua amichetta. Prof, ma io veramente non sapevo nulla… cosa voleva facessi: che copiassi?
Lui resta un attimo in silenzio poi con i suoi occhi piccoli e cattivi mi dice: Ti devi piegare al sistema. Non capisco sul momento, sorrido e gli rispondo che recupererò il brutto voto.
Eppure pensandoci ora trovo in quell’affermazione qualcosa di spaventoso.

Stamane sono uscito per sbigare alcune faccende e l’ho incontrato. Ci siamo riconosciuti al volo, e mi ha invitato a prendere un caffé. Come dire di no?
I primi minuti sono stati imbarazzanti, passati scambiandoci domande di circostanza: lavora ancora o è in pensione? Si, studio. Si faccio questo. Non non vedo più tizio. Non non me la ricordo Caia.
Poi mi chiede se mi ricordo del compito in classe in cui lasciai in bianco. Eccerto che me lo ricordo. Mi dice che, sai, je l’ho messa al culo quella volta e ancora je rode. Che in tutta la sua carriera non c’è stato uno che non abbia copiato a quel compito a sorpresa. Ché lui vuole tirare fuori il marcio delle persone, perché siamo tutti dei grandissimi pezzi di merda, ma che io l’avevo lasciato in bianco. Mi chiede il motivo, non può essere davvero perché non sapevo le domande: bastava copiare. Allora gli racconto di me, di quello che penso, quello che cerco ed inseguo. Di che tipo di persona voglio essere, della mia voglia di rivalsa. E lui mi dice che sono proprio un piccolo stronzo. Ma che je l’ho comunque messa al culo e va bene così. Poi, dal nulla, mi dice che gli hanno diagnosticato un tumore. Che il tumore è maligno e non sa ancora quanto gli resti di vita, ma poco. Me lo dice con gli occhi lucidi, mi prende la mano e la stringe. Cerca conforto, cerca rassicurazione. Io mi trovo spiazzato. Non ho idea di come reagire, non riesco ad esser mosso da pietà. Lo guardo, e gli dico che mi dispiace, che deve farsi forza. Che la vita per lui comincia adesso. Mi chiede cosa intendo, cosa voglio dire. Gli spiego che l’uomo il più grande torto lo fa nei confronti del tempo: sprecandolo, buttandolo, regalandolo a chi non lo merita. Che il tempo è davvero l’unica cosa che non può essere data indietro. Impiegare tempo in qualcosa o qualcuno significa donare attimi della nostra vita. Gli dico che l’uomo è una brutta bestia, perché quando pensa al tempo concretizza l’illusione dell’ immortalità. Di non dover morire mai, che la morte sia qualcosa di lontano. Gli stringo la mano a questo punto, che avevo lasciato passiva tra le sue. Adesso lei sa cosa è il tempo, che è limitato, che non può essere sprecato: questo gli dico. Di pensare a cosa gli piace e di farla. Mi dice che ha sempre sognato di andare in Olanda sulla tomba del suo calciatore preferito. Bene: lo faccia. Mi sorride. Forse ho ragione, dice. Forse ha buttato un’intera vita a fare un lavoro che non voleva fare con persone con cui non voleva stare. Forse doveva andare così per lui. Non lo so-gli rispondo- Non so se esista il karma, o lo ftonos ton theon per la sua ubris o una punizione divina. So solo che Dio non gioca ai dadi, ed io non credo nelle coincidenze. Lui rimane un attimo zitto. Mi chiede se leggo fumetti, mi chiede se leggo Moore. Si, sono uno sfigatissimo lettore di ogni genere di fumetto, e si, leggo quel pazzo visionario di Moore. Mi sorride, e dice che VperVendetta è la sua Graphic Novel preferita. Ci alziamo; lo ringrazio per il caffè e lui mi dice che in fondo non sono così stronzo. Ci stringiamo la mano e gli do del tu: forse, in fondo in fondo neppure tu sei così stronzo.

67.

Ricordo perfettamente il momento in cui mi avvicinai per la prima volta, mentalmente, al pugilato.
Mi trovavo al quarto anno delle superiori e con tanta rabbia dentro. Una violenza frustrata dall’impossibilità di sfogarla, una voglia di trasformare in concreto qualcosa che sentivo dentro in astratto. Ad 11 anni avevo preso coscienza del poter far male ad una persona quando, litigando con mia sorella, le mollai un ceffone in pieno volto, facendole sanguinare il naso. Son cose che capitano, lo so, ma per me fu quasi uno shock rivelatore: potevo far male ad un’ altra persona.
Ecco, lì smisi di scherzare con le mani, smisi di giocare alla lotta con mio fratello (anche perché alla fin fine ce le prendevo sempre). Divenni un bambino morigerato: di quelli che non rispondono ad una spinta o ad un calcio ma piuttosto feriscono con le parole. Ma con le mani… no, con le mani proprio no.
In secondo liceo (4 anno secondo il conto scientifico) mi ritrovai a leggere un romanzo di Gianrico Carofiglio: Testimone inconsapevole. C’è questa scena in cui il protagonista, un avvocato sulla quarantina, viene assalito da un un paio di ragazzi che vogliono scipparlo e, memore del suo passato pugilistico, riesce a difendersi e mandarli in fuga. Ecco. È precisamente quello il momento in cui ho pensato alla boxe per la prima volta.
Il caso volle che a 5 minuti da casa si trovasse una palestra, specializzata in particolar modo nell’allenamento pre- e pugilistico. Dopo un anno altalenante decisi di iscrivermi seriamente.
Quando si entra nel periodo di esami la vera cosa che mi dispiace è il dover abbandonare l’allenamento: perché 2 ore e mezza per quattro giorni a settimana son tanti e proprio non si può se si ha da studiare come un forsennato. Quando, per ciò, concludo la sessione esami la cosa più bella è il ritornare in palestra. Il ritornare alla boxe. Perché per me la boxe è un catalizzatore di forza positiva. Quella forza che sento di avere dentro, ma difficilmente ho la possibilità di tirare fuori. E stare là, impegnandomi in esercizi su esercizi, nel veder scorrere il sudore a terra, nel perdere il fiato al sacco, o nell’ incontrarmi in uno sparring sul ring… per me è bello. Dietro alla boxe c’è una filosofia, un canone comportamentale, c’è tanto romanticismo. Perché sul ring due avversari si incontrano, non si scontrano. E questa è una differenza micidiale, ma bisogna saperla cogliere. La boxe è un incontro tra due individui che si sono impegnati ed hanno faticato, rinunciato e patito. Ognuno conosce l’impegno dell’altro. Prima di tutto la boxe è sacrificio in vista di un obiettivo. Di un miglioramento fisico ma soprattutto mentale.

Solounoscoglio lo dedico a te; sai il perché scrivo questo, e perché ti parlo proprio della boxe.
Ci vuole forza, lo sai. Ma tanto tu sei forte.

A presto mà.

66.

Ci sono giornate in cui manco il senso della vita; come se quel grosso buco dentro ogni uomo si facesse più largo. Ecco: ci sono giornate in cui divento un enorme buco che s’affaccia sul vuoto d’un grattacielo; un tutt’uno con il nulla.

Il punto&virgola è ciò che sta a metà. Ciò che è indefinito e senza appartenenza, a metà tra il tutto e il niente. È il Ti metaxú platonico: il giusto mezzo.

65. bis

Lo scritto che segue vuole essere nella sua forma, frammista di tanto in tanto d’intermezzi dialettali atti specialmente ed unicamente a dar una più scorrevole continuità alla lettura, una piccola ma seria riflessione sincera ed introspettiva su temi filosoficamente e socialmente importanti: quali la Libertà, la Tolleranza, il Rispet… No aspè, ma che ce stavi a crede pe davero?

LETTERA MANCATA AD UN MANCATO CONDOMINO
Ecco, perché ora io potrei darti dello stronzo, e chiudere qua la vicenda: ma tu meriti di più. Ed allora voglio dedicarti un po’ del mio tempo; perché, vedi, il vero motivo per cui io ho un problema con te, e tu fra poco ce l’avrai con me, è che mi poni dinnanzi un conflitto interiore insanabile.
A me ‘sta dicotomia tra Libertà e Tolleranza m’ha sempre fatto… si può dire “arrapare”? Eccaallà, l’ho detto. Arrapare. ‘Sta cosa di capire se la liberta’ di un individuo sia davvero un diritto naturale e non la concessione della tolleranza di un secondo individuo mi fa impazzire.
Tu canti perché sei libero di cantare, o perché io sono tollerante nel lasciartelo fare? Ecco, capisci il punto? Non è perché canti tutto il giorno, o perché lo fai male; non è neppure perché ora ti sei messo a dare lezioni di canto a due scimmie; per quello, anzi, ti darei un premio: devi avere una capacità carismatica di fregar la gente da Nobel. E non è, pensa, neppure perché alle 2 di notte ti sento ridere sguaiatamente su Skype, o fare i tuoi esercizi per l’intonazione.
Ma è perché, vedi, quando tu fai ognuna di queste cose, cresce in me la voglia di scendere, suonare alla porta ed infilare la canna di un fucile a pompa nella tua bocca. E l’idea che proprio io, zelante sostenitore della Libertà individuale e sociale come diritto naturale, sacrosanto, inalienabile e divino possa immaginarti, con piacere eh, ‘n sacco de piacere, in una pozza di sangue… Ecco, me fa ‘n po’ ‘ncazzà.
Perché, credimi, io ci ho provato ad essere tollerante e rispettare la tua libertà; ma tu non solo non hai rispettato la mia ma, anzi, sei riuscito anche a violentarmi l’apparato acustico; sicché ogni volta che, malauguratamente, la sorte, ironica meretrice, fa in modo che io senta una canzone da te precedentemente cantata: non sento la voce del cantante, ma la tua. E tu devi comprendere che questo diventa un problema quando sono in macchina intento alla guida. Mi prendono gli attacchi assassini, lo capisci?
Io te l’ho scritta ‘na letterina gentile, lo ricordi? Gentile ed edulcorata al punto giusto. Poi ti sono venuto pure a trovare, te lo sei forse dimenticato? Non una, ma due volte.
Ecco, è che poi a ‘na certa m’hai rotto li cojoni. Quindi niente, ho telefonato a quello che ti affitta l’appartamento e j’ho un po’ spiegato la situazione. J’ho detto che canti tutto il giorno, j’ho detto che ti sei messo a dare lezioni, e j’ho pure fatto intendere che hai subaffittato a quel tale che ti accompagna con la tastiera. Ah, e j’ho anche detto che ho già parlato con l’amministratore e che o la stanza viene insonorizzata o tu non canti piu delle 3 ore che ti sono concesse da regolamento di condominio o io faccio un macello alla Tarantino.
Ah, e se, magari!, questo ti caccia di casa e ti ritrovi per strada perché t’affitta in nero e non vuole rogne… a me non dispiacerebbe troppo, sai?

65.

Ma guarda che il Natale è finito da ‘n pezzo, ciaa fai a cantà qualcosa de novo?
E poi accetta il fatto che purtroppo alcune volte la passione proprio non basta.
Tipo nel tuo caso.
E l’amico tuo che ti sta a di che sei bravo… È proprio ‘no stronzo.

64.

Giuro che ad oggi non saprei realmente dire il perché volli farmi un piercing. Forse è perché avevo bisogno di qualcosa per sentirmi io diverso, e non percepirmi tale da parte degli altri. Forse perché avevo bisogno di dimostrare che ero uno tosto, uno in gamba, uno ganzo. Magari è perché avevo paura di non essere altezza… di cosa poi, non saprei.
Mi ricordo che l’idea nacque spontanea, nessuno aveva cercato di convincermi. Non andava ancora troppo di moda tra i maschietti, allora; ad averlo erano in pochi, per lo più i ragazzi più grandi, quelli di sinistra; i comunistoni fattoni che parlavano di occupazione e libertà nei cessi della scuola. Ma, chissà, io quel piercing lo volevo per davvero.
Andai nella camera dei miei, dove mio padre era steso con mia sorella a parlare. Entrai timidamente bussando, e mi sedetti al fianco del mio vecchio.

Pà, io voglio farmi un piercing. Mi sorrise, buon’anima, perché non aveva ancora compreso non stessi scherzando.

E dove?

Proprio qui, sul sopracciglio. Avevo sparato in alto, lo ammetto. Ma ogni figlio sa come prendere i propri genitori, e mio padre si prendeva proponendo qualcosa di grosso, per ripiegare all’alternativa più piccola. Eh si, perché io il piercing lo volevo alla cartilagine sinistra, mica al sopracciglio.
Non ricordo esattamente il discorso che fece mio padre, ma era uno di quelli lunghi a spiegarti che non ci si realizza con un orecchino, che non si diventa migliori con uno di quei cosi appesi, che per sentirsi unici non c’è bisogno di far parte del branco.

Dai, al sopracciglio no, scherzavo. Lo vorrei qua, all’orecchio. Stefy se l’è fatto, non è giusto.

Ma tua sorella se l’è fatto quando stava all’estero; e poi guarda, se l’è pure tolto perché le dava fastidio.

Quel giorno la discussione terminò là. Quel giorno. Perché io continuai anche la volta dopo, e quella dopo ancora; e per quanto mia madre facesse i suoi soliti discorsi classisti, che l’orecchino ce l’avevano i debosciati, che non era consono, che era fuori luogo, che chissà cosa avrebbero pensato le altre persone, chissà per chi mi avrebbero preso… Mia madre è una santa donna, davvero, ma pure lei ha le sue croci. Un po’ come tutti.
Tuttavia sapevo che quella era la tattica vincente. Continuare a chiedere. Non insistere, non piagnucolare. Chiedere.
Di mesi ne passarono molti, ma un giorno mio padre rispose alla mia richiesta in maniera differente dal solito “non se ne parla”:

Ok, se per te è cosi importante, ok. Ma non con la pistola, te lo fai con l’ago, evitando che frammenti di cartilagine ti rimangano nella cicatrice del buco.

Non potevo credere alle mie orecchie. Ce l’avevo fatta. E allora si, cazzo: avrei avuto il mio orecchino! Mi accompagnò mia madre, proprio lei che era ancora contraria…perché alla fine la mamma è la mamma. Pure se un po’ bigotta e un po’ classista, rimane la mamma. Andammo da un amico di mio padre, un chirurgo plastico. Un chirurgo plastico per farmi un cavolo di buco all’orecchio. Ridicolo, pensai. No, vabbè lo penso pure ora.
Ma finalmente l’avrei avuto, e chissenefregava chi mi l’avrebbe fatto. E fece male. Molto male. Ok ok, volevo solo far la parte del duro. Fece un po’ male, ecco. Mi misero una pallina d’oro, che avrebbe dovuto evitare infenzioni. Ed invece d’infezioni ne ebbi parecchie, sicché per i primi tre mesi dovetti stare là a pulire con crema ogni sera, per togliere il pus che regolarmente si formava. Uno strazio. Però, boh, ero contento.

E stasera, mentre aiutavano mia madre a sistemare la cucina:
Senti, te la posso fare una domanda?
Certo, mamma
Ma quando te lo togli quel coso? Sei grande ormai, è da ragazzino
Boh, non ci ho pensato…. quanto mi dai per toglierlo?
Quanto vuoi?
Facciamo 500 euro?
Tienilo và, alla fin fine neppure si nota troppo.

Il fatto è che io, questa domanda, non me la sono mai posta. Ma ora mi chiedo: quando deciderò a toglierlo? Quando capirò che è il momento?
Perché tenere per 9 anni un orecchino senza mai essertelo tolto (ok, giusto per cambiare quell’orrida pallina d’oro giallo), o guardarsi per 9 anni allo specchio e vederlo sempre là… ti fa perdere la consapevolezza che tu e quell’orecchino siete due cose separate, che non siete un’unica entità.

Ah, in realtà mo’ mi domando pure ‘naltra cosa… Ma non è che dovevo chiedere, chessò, 200 euro? ‘naggia…

63.

Ma te la posso dire una cosa, vero?
Perché io, dopo così tanto tempo, riesco ancora a r-innamorarmi continuamente di te quando fai così.

Peste a chi fugge l’amore, a chi lo disprezza, a chi pensa di poter vivere senza. Se c’è in noi davvero un germe divino in attesa di quella minuscola ed intensa luce cosmica, l’amore è ciò che l’anima cerca d’eterno. Passa tutto, ma non l’amore. Il resto è solo una sequenza di zeri.