Protetto: 93. Fenomenologia della lettura (in una società che si fonda sull’apparire)

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87. Così t’impari a leggere

Ho smesso di comprare libri quando raggiunta la soglia di oltre 50 letti all’anno mi son reso conto che molto spesso la spesa non valeva la lettura. Poiché, in media, su 50 titoli ne salvo a malapena 10 ho realizzato che spendere 10-15 euro per un libro che (per l’80% delle probabilità) non mi piacerà è una vera puttanata. Il passo successivo è stato l’acquisto – circa due anni fa- di un Kindle: un lettore di ebook; il piacere della novità è durato fin quando non mi sono accorto che i prezzi della stragrande maggioranza dei titoli in catalogo erano solamente ad uno-due euro in meno del corrispettivo cartaceo. La coerente evoluzione è stata, quindi, il tesseramento gratuito alla Biblioteca comunale.
Ciò che ho sempre amato della libreria è il poter scegliere un libro da una vasta scelta e comprarlo; ma la biblioteca offre la possibilità di superare il limite imposto dal commercio: ogni libro che vedo posso prenderlo e leggerlo. E questo, scusatemi, non è una cazzata: perché in una realtà sociale dove la possibilità di comprare un libro sta divenendo sempre più un lusso che non un diritto alla cultura (come realizzazione professionale e personale), la concessione gratuita da parte di un ente pubblico permette di mantenere una certa uguaglianza nelle possibilità di un lettore.
Sebbene pensassi di aver raggiunto il massimo della libertà non ho faticato, dopo l’iniziale felicità, a scorgere il limite del mio orizzonte: anche questa volta le mie scelte erano dipendenti dal trovare quel determinato libro nella mia biblioteca. Casualmente poi, quando ormai biecamente ero tornato ad attingere dalla libreria domestica, scopro l’esistenza in biblioteca di un tesseramento che permette per 5 euro annui (oltre ai vari sconti e riduzioni per cinema/musei/teatri) di poter richiedere libri presenti nelle altre biblioteche comunali o convenzionate dal Comune. Ho cominciato, quindi, ad usufruire del PIM (Prestito Interbibliotecario Metropolitano) fin quando il 15 Dicembre non ho fatalmente fatto richiesta de “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?“; passata una settimana e non avendo ricevuto alcuna notizia né alcun tipo di cambio status nel mio profilo personale di BiblioTu (e poiché ardentemente desideroso di leggerlo), l’ho preso in digitale e letto il 24 Dicembre. Aspettando anche l’arrivo di un ulteriore libro, la mattina del 30 apro il profilo personale e noto il cambiamento di status de “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da ‘libro spedito alla biblioteca richiedente’ a ‘libro arrivato alla biblioteca richiedente’. Non avendo più fretta ma soprattutto più necessità di lettura, ho rimandato il salto in biblioteca alla scadenza di altri libri in mio possesso. Il 3 Gennaio, però, scrupolosamente riapro il profilo e mi accorgo che lo status del famigerato libro è modificato in ‘libro consegnato’: ovvero lo status collimante con il ritiro d’un libro e la lettura della mia tessera con la pistola. Chiamo immediatamente la biblioteca per esporre l’anomalia e strapazzato da una linea all’altra mi viene risposto che sarei stato ri-contattato in giornata per essere aggiornato su gli sviluppi. Alle 3 del pomeriggio ricevo la chiamata in cui mi viene reso noto che suddetto libro non è presente in biblioteca e che per forza di cose debbo averlo io.

-Ma è sicuro che Lei il 30 Dicembre non è venuto a prenderlo?
-Guardi ne sono certo.
-Ma forse non se lo ricorda…
-Guardi, non ho ancora di questi problemi.
-Magari ha mandato qualcuno a prenderlo…
-Temo proprio di no.
-Senta: diamoci un paio di giorni per vedere cosa succede; magari ce l’ha ancora l’altra biblioteca e c’è stato un error….
-Scusi ma… Mi sta dicendo che ancora non l’avete chiamata?!

Assolutamente infastidito non per l’eventualità di dover ripagare 10 euro a causa dell’incompetenza o d’un furto altrui, bensì per la consapevolezza che in caso di smarrimento del libro non avrei più potuto usufruire della biblioteca (giacché non mi sarei più fidato di prendere libri che possono magicamente sparire e che devo non-molto-magicamente ripagare), passo la giornata studiando un piano d’attacco: ché si sa che è sempre la miglior difesa. D’altronde è nel mio carattere fasciarmi la testa prima d’averla rotta. E mentre mi scervello per nun caccià li fori manco ‘n euro, il giorno seguente vengo chiamato dalla bibliotecaria la quale mi notifica il ritrovamento del libro dato erroneamente ad un altro utente.
Tralasciando la questione sulla lettura, sulle librerie, sul costo dei libri, su un diritto che diventa sempre più un lusso, sulle biblioteche e sulla inefficienza di un servizio pubblico… Ciò che mi è rimasto da questa noiosa vicenda è la illuminante e saggia frase che mio fratello mi ha rivolto agli albori della vicenda:

<<Così t’impari a leggere>>

46

Stamattina m’è tornato in mente un episodio del passato.

Era Primavera del 2006, forse 2007. Una primavera di Maggio probabilmente ché ricordo l’afa e il caldo di quei giorni. Avevo percepito dolori addominali sin dal mattino e me ne ero sbarazzato adducendone la causa alla mia dieta-junk-food. Il tardo pomeriggio, però, m’era preso un dolore lancinante al fianco destro e rivoltandomi nel letto pregavo la mamma di chiamare mio padre per ascoltarne la diagnosi. Il tutto s’era risolto con un <<sarà una piccola colica, non t’agitare>>. Ma i dolori nel tempo s’erano intensificati e sebbene mia madre continuasse a manifestare diffidenza nei miei confronti (maliziosamente sospettava che la mia fosse una deplorevole recitazione da peggiori bar di Caracas per evitare il compito in classe del giorno), mio padre s’era convinto di una probabile appendicite. Sicché di fretta e furia s’era deciso a portarmi in ospedale. Fui ricoverato al Bambin Gesù poiché essendo minorenne mi era consentito ancora. Era notte; e mi ricordo che non essendoci posti letto disponibili nei reparti d’attinenza, mi sbatterono in quello di nefrologia. La notte trascorse abbastanza tranquilla e la mattina feci conoscenza con la compagna di stanza: una ragazza forse coetanea forse pochino più grande. Non ricordo il nome; però era bello strano, questo sì che lo ricordo. Insufficienza renale sin da piccola e sei giorni su sette in ospedale per l’emodialisi. Me la ricordo perché era d’una bellezza esotica: scura di carnagione e mora, con l’occhio leggermente affusolato, ed un bel neo vicino al labbro (ché a me i bei nei vicino al labbro fanno proprio impazzire). La mamma trascorreva la maggior parte del tempo assieme a lei; il padre ed il fratello invece passavano a trovarla il Sabato. Erano due grandi chiaccherone e in poco tempo c’eravamo ritrovati a parlar del tutto e del più, come amici di vecchia data. A pensarci adesso probabilmente, quando passi così tanto tempo in ospedale, o impari a far amicizia con tutti o ti butti dalla finestra.  Erano di periferia: belle burinotte e simpatiche. Forse un po’ troppo sempliciotte. Ma di quella semplicità d’animo che le cose che ti manda la vita, anche quando brutte, le vedi sempre con il sorriso ed un pensiero positivo.
In ospedale poi rimasi per 4/5 giorni. Controlli, analisi, digiuno. Tanto digiuno. Non trovarono nulla se non il valore dei leucociti leggermente più alto della norma. Ma nulla d’allarmante, nulla che potesse confermare un’appendicite o chissà cos’altro….tranne quel dolore che persisteva, seppur ormai affievolito. Ad oggi non ho mai saputo cosa abbia avuto. Probabilmente niente. Probabilmente tutto. Anche se mi piace ipotizzare una appendice retrocecale infiammata (dato anche il dolore, leggero, che s’era irradiato posteriormente). Io le fitte, ogni tanto, ancora ce l’ho. Brevi e deboli, ma ci sono. Ed allora penso a quella stronzissima appendice che mi guarda e mi deride: <<Vedi che te combino! Quanno manco ce o pensi te vengo a pijà d’improvviso…magari mentre stai sull’aeroplano o quanno te se buca a machina in autostrada…così te mpari brutta spia>>.

Chissà dov’è ora. Un pensiero oggi va a lei; a lei che sebbene la vita non fosse stata così generosa nei suoi confronti, le si era aggrappata fiduciosa del domani.