94. Dove chiedo giustificazione per la mia infame condotta

Francamente, quando scelsi di intraprendere la carriera universitaria di Medicina e Chirurgia non fu né perché spinto dall’essere figlio d’arte né perché ne fossi così interamente innamorato; ma perché -in du’ parole- non potevo immaginarmi in nessun altro modo se non con un fonendoscopio Littmann al collo e una cartella clinica in mano.
Data la Maturità, il giorno dopi misi mano a libri universitari di biologia, chimica e fisiologia per prepararmi ai test di Settembre. Una volta entrato, con l’entusiasmo della matricola e le speranze di chi crede d’affacciarsi finalmente alla vita (che illuso!) potei già comprendere che, forse, quel che m’ero immaginato non era poi tanto corrispondente alla realtà delle cose. Maldisposto in una catapecchia gocciolante dal tetto, senza microfono, con il proiettore non funzionante e i professori incompetenti appresi -per la prima volta coscientemente- che scelta erronea avessi fatto. E sebbene negli anni a seguire mi sia più volte svegliato con il bastardo pensiero di mollare tutto e ricominciare da capo, continuo a non vedermi in nessun altro modo se non con un càmice bianco (rigorosamente stirato e profumato) ad ascoltare il logorroico snocciolìo di dolori e acciacchi da parte di ipocondriache vecchiette. Ma il punto è che, dopo 5 anni, la motivazione se n’è andata (complice un corpo docenti frustrato e un ambiente sanitario in cui si può sopravvivere solo tappandosi il naso per lo schifoso olezzo “dell’ingiustizia della società, la miseria corruttrice e l’arroganza del potere”) e continuare -anche se ormai manca poco- è sempre più difficile e deprimente.

Anche mio padre se n’è accorto ed è per questo che ogni volta che intravede la pila di libri sul comodino ironizza sul(l’eccessivo) tempo dedicato alla lettura a scapito dello studio; ma capita sovente che mi regali romanzi (per lo più formativi) con i quali intrattenermi. A Natale, sotto l’albero, ho trovato “La cittadella” di Archibald J. Cronin con un commento di mio padre sul poter unire la lettura alla medicina. Ed è con sorpresa (essendo partito prevenuto) che mi sono ritrovato tra le mani un piccolo capolavoro. Magari -chissà- domani potrò svegliarmi con una motivazione in più grazie al ricordo del dottor Andrew Manson e della sua ingiusta vita.

Annunci

46

Stamattina m’è tornato in mente un episodio del passato.

Era Primavera del 2006, forse 2007. Una primavera di Maggio probabilmente ché ricordo l’afa e il caldo di quei giorni. Avevo percepito dolori addominali sin dal mattino e me ne ero sbarazzato adducendone la causa alla mia dieta-junk-food. Il tardo pomeriggio, però, m’era preso un dolore lancinante al fianco destro e rivoltandomi nel letto pregavo la mamma di chiamare mio padre per ascoltarne la diagnosi. Il tutto s’era risolto con un <<sarà una piccola colica, non t’agitare>>. Ma i dolori nel tempo s’erano intensificati e sebbene mia madre continuasse a manifestare diffidenza nei miei confronti (maliziosamente sospettava che la mia fosse una deplorevole recitazione da peggiori bar di Caracas per evitare il compito in classe del giorno), mio padre s’era convinto di una probabile appendicite. Sicché di fretta e furia s’era deciso a portarmi in ospedale. Fui ricoverato al Bambin Gesù poiché essendo minorenne mi era consentito ancora. Era notte; e mi ricordo che non essendoci posti letto disponibili nei reparti d’attinenza, mi sbatterono in quello di nefrologia. La notte trascorse abbastanza tranquilla e la mattina feci conoscenza con la compagna di stanza: una ragazza forse coetanea forse pochino più grande. Non ricordo il nome; però era bello strano, questo sì che lo ricordo. Insufficienza renale sin da piccola e sei giorni su sette in ospedale per l’emodialisi. Me la ricordo perché era d’una bellezza esotica: scura di carnagione e mora, con l’occhio leggermente affusolato, ed un bel neo vicino al labbro (ché a me i bei nei vicino al labbro fanno proprio impazzire). La mamma trascorreva la maggior parte del tempo assieme a lei; il padre ed il fratello invece passavano a trovarla il Sabato. Erano due grandi chiaccherone e in poco tempo c’eravamo ritrovati a parlar del tutto e del più, come amici di vecchia data. A pensarci adesso probabilmente, quando passi così tanto tempo in ospedale, o impari a far amicizia con tutti o ti butti dalla finestra.  Erano di periferia: belle burinotte e simpatiche. Forse un po’ troppo sempliciotte. Ma di quella semplicità d’animo che le cose che ti manda la vita, anche quando brutte, le vedi sempre con il sorriso ed un pensiero positivo.
In ospedale poi rimasi per 4/5 giorni. Controlli, analisi, digiuno. Tanto digiuno. Non trovarono nulla se non il valore dei leucociti leggermente più alto della norma. Ma nulla d’allarmante, nulla che potesse confermare un’appendicite o chissà cos’altro….tranne quel dolore che persisteva, seppur ormai affievolito. Ad oggi non ho mai saputo cosa abbia avuto. Probabilmente niente. Probabilmente tutto. Anche se mi piace ipotizzare una appendice retrocecale infiammata (dato anche il dolore, leggero, che s’era irradiato posteriormente). Io le fitte, ogni tanto, ancora ce l’ho. Brevi e deboli, ma ci sono. Ed allora penso a quella stronzissima appendice che mi guarda e mi deride: <<Vedi che te combino! Quanno manco ce o pensi te vengo a pijà d’improvviso…magari mentre stai sull’aeroplano o quanno te se buca a machina in autostrada…così te mpari brutta spia>>.

Chissà dov’è ora. Un pensiero oggi va a lei; a lei che sebbene la vita non fosse stata così generosa nei suoi confronti, le si era aggrappata fiduciosa del domani.