96. Punto a capo

Per la banalità a cui mi hai sottratto,
per la tua semplicità,
per la tua positività nei confronti della vita,
per la tua voglia di comprendermi,
per i tuoi occhi sempre attenti,
per il tuo sorriso,
per le tue irritanti smorfie,
per il tuo bacio,
per i nostri caffè,
per le nostre chiacchierate,
per le nostre risate,
per i nostri insostituibili abbracci,
per il bene e l’amore che provo per te e che non mi permettono di dimenticarti.

Forse la smetterò di sentirmi il protagonista di un romanzo da quattro soldi e tornerò a scriverti.
Voglio assaporare la vita.

95. Analgesico notturno

E niente; ricordo quando, su quella panchina, rubavo il profumo dei tuoi baci e mi sussurravi “ti amo” in tutte le lingue del mondo. Gridavi impaziente il tuo amore, tra le mie promesse bugiarde e le tue speranze tradite. Mi dicevi, accarezzandomi, di pensare solo a te; di lasciar fuori il mondo amandoci tra gli alberi di quella Villa. Ti tenevo sulle mie gambe perso nei tuoi occhi e come un lupo affamato ti provocavo mordendoti e baciandoti il collo. Tiravi indietro la testa e godevi di quei rapidi baci, pensando -chissà- d’esser dentro un sogno. E sogno lo era per davvero: ché non ho resistito a baciarti poi le splendide labbra. Un bacio, due baci, dieci baci. Ore ad assaporare i tuoi baci e il tuo caldo respiro. Ti ho amato quel pomeriggio. Ti ho amato su quella panchina. Ti ho amato sapendo che sarebbe presto finita; ascoltavamo dalle cuffiette la tua canzone preferita e non avevo coraggio nel dirti che ci saremmo presto svegliati. Ma poi s’è fatto tardi e m’hai costretto ad alzarci. Camminavi davanti; così t’ho preso per i fianchi e girandoti t’ho baciato, ricordi? Ridesti nel dirmi che non c’era più tempo e il treno sarebbe partito. Nella metro m’hai chiesto un pegno d’amore: un bacio davanti a tutti, incuranti di tutto. Te ne ho rubato un altro e poi un ultimo sul treno.
Ma il treno se ne è andato e il mio amore con lui. Perché era troppo bello per essere vero e tu troppo bella per non essere un sogno. Alla fine della Fiaba, mia cara, tu sei la principessa ma io solo un inetto.

94. Dove chiedo giustificazione per la mia infame condotta

Francamente, quando scelsi di intraprendere la carriera universitaria di Medicina e Chirurgia non fu né perché spinto dall’essere figlio d’arte né perché ne fossi così interamente innamorato; ma perché -in du’ parole- non potevo immaginarmi in nessun altro modo se non con un fonendoscopio Littmann al collo e una cartella clinica in mano.
Data la Maturità, il giorno dopi misi mano a libri universitari di biologia, chimica e fisiologia per prepararmi ai test di Settembre. Una volta entrato, con l’entusiasmo della matricola e le speranze di chi crede d’affacciarsi finalmente alla vita (che illuso!) potei già comprendere che, forse, quel che m’ero immaginato non era poi tanto corrispondente alla realtà delle cose. Maldisposto in una catapecchia gocciolante dal tetto, senza microfono, con il proiettore non funzionante e i professori incompetenti appresi -per la prima volta coscientemente- che scelta erronea avessi fatto. E sebbene negli anni a seguire mi sia più volte svegliato con il bastardo pensiero di mollare tutto e ricominciare da capo, continuo a non vedermi in nessun altro modo se non con un càmice bianco (rigorosamente stirato e profumato) ad ascoltare il logorroico snocciolìo di dolori e acciacchi da parte di ipocondriache vecchiette. Ma il punto è che, dopo 5 anni, la motivazione se n’è andata (complice un corpo docenti frustrato e un ambiente sanitario in cui si può sopravvivere solo tappandosi il naso per lo schifoso olezzo “dell’ingiustizia della società, la miseria corruttrice e l’arroganza del potere”) e continuare -anche se ormai manca poco- è sempre più difficile e deprimente.

Anche mio padre se n’è accorto ed è per questo che ogni volta che intravede la pila di libri sul comodino ironizza sul(l’eccessivo) tempo dedicato alla lettura a scapito dello studio; ma capita sovente che mi regali romanzi (per lo più formativi) con i quali intrattenermi. A Natale, sotto l’albero, ho trovato “La cittadella” di Archibald J. Cronin con un commento di mio padre sul poter unire la lettura alla medicina. Ed è con sorpresa (essendo partito prevenuto) che mi sono ritrovato tra le mani un piccolo capolavoro. Magari -chissà- domani potrò svegliarmi con una motivazione in più grazie al ricordo del dottor Andrew Manson e della sua ingiusta vita.

92. Sulla Pastorale Americana di Philip Roth e sul fallimento di un Punto e Virgola

Se la figura -tragicomica- dello Svedese rappresentasse semplicemente il fallimento del sogno e del popolo americano non sarei stato in grado di giustificare lo spiazzamento provato. Ma se provo a leggerla in chiave di rappresentazione umana nella sua totalità, allora lo Svedese non è sineddoche solo della grande e (im)potente America ma del grande e (im)potente uomo-qualunque.
Sto volutamente uscendo dal contesto socio-storico del libro; sto mettendo da parte Nixon, il Vietnam, le guerre, le bombe, gli ebrei, i goy, i cristiani, gli americani, il football, il basket, i Marines, i concorsi di bellezza, i genitori, i figli, il cancro, l’ordine e il caos. Sto scuotendo il libro (come si farebbe con un tappeto) lasciando cadere a terra tutto ciò che è stato scritto per edulcorare un’unica e tremenda verità; una verità che richiama Hemingway e Fante e Auster e Céline: che l’Uomo è un essere misero e destinato alla sconfitta in questa merdosa battaglia che è la vita. A nulla sono servite la perfezione dello Svedese e la bellezza pluripremiata della sua sposa; a nulla una vita fatta di auto-controllo, auto-imposizioni, di rispetto e conformismo e passività intellettiva. A niente neppure l’aver rinunciato ad un sogno per portare avanti l’azienda di guanti del padre (e ancora prima del nonno). Perché tutta la perfezione, tutti i sacrifici, tutto l’ordine creato dallo Svedese viene annientato dal caos: da una figlia che è il risultato imperfetto di due perfette forze generatrici. Ed ogni uomo ha la propria Merry, il proprio sovvertimento dell’ordine esistenziale. 

Ogni uomo, nel suo piccolo, è destinato al fallimento. Ed è questo che Roth sta dicendoci:
<<Ehi, il prossimo potresti essere tu>>.

E ancora una volta mi ritrovo miserabile nella mia condizione di sconfitto e la vita mi prende a pugni in faccia, senza che io riesca a trovare la capacità d’alzare la guardia ed incassare in modo dignitoso i suoi colpi. Ed è, ormai, una costante e piuttosto ricorrente situazione, sicché se “einmal ist keinmal” (come recita il famoso proverbio tedesco) -ovvero se ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto- io continuo a sbagliare e rendo concreto quello che, se commesso una sola volta, sarebbe potuto essere negato.
Come riesco a rovinare io i bei rapporti, guardate… un talento che, ahimè, non ho mai chiesto.

91. Pensieri al soffitto

La mia vita, se ci penso, è stata costantemente scandita dalla presenza di 4 pareti; 4 muri bianchi a delimitare e limitare il mio orizzonte e i miei confini. E fin da piccolo ho sempre trovato un inspiegabile piacere nel trascorrere e scandire le mie ore rinchiuso e racchiuso nel tepore d’una stanza; quasi fosse un’atavico istinto alla sopravvivenza rifuggendo una società ed una realtà che mai ho pienamente sentito fatta a mia immagine e somiglianza. E mentre spensierati coevi trascorrevano le loro giornate all’aria aperta, io le trascorrevo chiuso in mondi virtuali di illusorie fantasie; e mentre loro s’aprivano alla vita, io mi nascondevo da essa cercando disincantato un rifugio sincero, una rocca sicura. E l’allora futuro, internet, aiutava i disperati come me nell’evasione sociale; e li rendeva capaci di sopravvivere alla realtà con facili bugie.
Qui disteso, ora, sul letto osservo il soffitto bianco e mi domando perché io ami passare sì tanto tempo chiuso tra queste pareti quando tengo nelle mani il potere di scoprire il mondo e conoscere persone; persone in carne e ossa, membra pulsanti fatte di budella e cuore e ragione e pensieri come son fatto io.
Amo e adoro creare telematici e fragili rapporti, conoscenze intangibili e astratte amicizie… Mentre mi perdo la vita che scorre con violenza al di fuori d’una finestra -la mia- adorna di inferiate che, più che proteggermi dall’esterno, paiono trattenermi qua dentro con beffarda derisione.

La paura fa 90.

Prima di trasferirsi in questa casa e in questo quartiere, sino al 1996 la mia famiglia alloggiava poco oltre il Ponte. La casa me la ricordo immensa, con il bellissimo salotto che s’apre nella sala da pranzo riempita dal lungo tavolo di vetro e le sedie in pelle e legno nero lucido. Il bagno completamente in marmo, d’un colore chiaro e rilassante; e proprio qui, seduto sul ripiano del lavabo, che mio fratello sbirciava nella scollatura della baby sitter.
Ché Titti si è sempre presa cura solamente di mio fratello e me, i due più piccoli della casa; le due sorelle, già grandi, le giornate le passavano alle elementari mentre noi imparavamo la vita. L’unico ricordo indelebile che serbo del periodo con lei sono le mattine trascorse a visitare il ristorante cinese vicino casa, con il pavimento ad acquario che s’offriva da sfondo ai clienti impegnati a gustare un raviolo al vapore o un piatto d’anatra all’arancia. E noi s’andava là a guardare i veloci pesci neri mescolarsi tra i colori della vegetazione acquatica, cercando di individuare il più grande tra loro sotto gli occhi infastiditi dei camerieri cinesi e quelli rallegrati della tata d’aver trovato come tenerci occupati.
A Roma piove da ieri notte: non è cessato un momento di tirar giù acqua quest’oggi; pare che molti quartieri siano rimasti allagati ed una parte del GRA chiuso a causa d’una frana. La tipica giornata che t’invita a rimanere a casa tra il calore artificiale d’un termosifone e la compagnia d’un libro o un fumetto. Eppure, facendo coazione inattesa sulla mia stessa persona, con mio fratello abbiamo deciso d’andare a mangiare al cinese con le rispettive ragazze, ché noi s’adora l’atmosfera vecchio-orientale di quei ristoranti tutti uguali e pregni d’odore del fritto e il cibo così sfizioso e alla mano. Ma, niente: c’è venuto da tornar là dopo tanti anni; per la prima volta come clienti e non da sgraditi visitatori.
E come ogni ricordo del passato edulcorato dal tempo ciò che ho trovato non è ciò che ricordavo: è tutto più piccolo e pure i pesci non ci sono più. Son morti o forse serviti tra un gambero e l’altro ad ignari commensali. Eppure s’è mangiato bene; ma quando la compagnia è bella il cibo sembra sempre più buono di quel che forse non è. E giù di corsa fino a casa, poi,  sazi e spaparacchiati sul divano a guardare Jumanji come si fosse ancora negli anni ’90.
La notte del mattino s’è già fatta largo, mentre io scrivo le parti di questi pensieri e mio fratello registra la sua videoteca su un’App poc’anzi scoperta. Ognuno fa il suo per rimanere occupato e non pensare che domani, forse, non pioverà più e questa voglia di tornar bambini sarà passata assieme al maltempo.

87. Così t’impari a leggere

Ho smesso di comprare libri quando raggiunta la soglia di oltre 50 letti all’anno mi son reso conto che molto spesso la spesa non valeva la lettura. Poiché, in media, su 50 titoli ne salvo a malapena 10 ho realizzato che spendere 10-15 euro per un libro che (per l’80% delle probabilità) non mi piacerà è una vera puttanata. Il passo successivo è stato l’acquisto – circa due anni fa- di un Kindle: un lettore di ebook; il piacere della novità è durato fin quando non mi sono accorto che i prezzi della stragrande maggioranza dei titoli in catalogo erano solamente ad uno-due euro in meno del corrispettivo cartaceo. La coerente evoluzione è stata, quindi, il tesseramento gratuito alla Biblioteca comunale.
Ciò che ho sempre amato della libreria è il poter scegliere un libro da una vasta scelta e comprarlo; ma la biblioteca offre la possibilità di superare il limite imposto dal commercio: ogni libro che vedo posso prenderlo e leggerlo. E questo, scusatemi, non è una cazzata: perché in una realtà sociale dove la possibilità di comprare un libro sta divenendo sempre più un lusso che non un diritto alla cultura (come realizzazione professionale e personale), la concessione gratuita da parte di un ente pubblico permette di mantenere una certa uguaglianza nelle possibilità di un lettore.
Sebbene pensassi di aver raggiunto il massimo della libertà non ho faticato, dopo l’iniziale felicità, a scorgere il limite del mio orizzonte: anche questa volta le mie scelte erano dipendenti dal trovare quel determinato libro nella mia biblioteca. Casualmente poi, quando ormai biecamente ero tornato ad attingere dalla libreria domestica, scopro l’esistenza in biblioteca di un tesseramento che permette per 5 euro annui (oltre ai vari sconti e riduzioni per cinema/musei/teatri) di poter richiedere libri presenti nelle altre biblioteche comunali o convenzionate dal Comune. Ho cominciato, quindi, ad usufruire del PIM (Prestito Interbibliotecario Metropolitano) fin quando il 15 Dicembre non ho fatalmente fatto richiesta de “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?“; passata una settimana e non avendo ricevuto alcuna notizia né alcun tipo di cambio status nel mio profilo personale di BiblioTu (e poiché ardentemente desideroso di leggerlo), l’ho preso in digitale e letto il 24 Dicembre. Aspettando anche l’arrivo di un ulteriore libro, la mattina del 30 apro il profilo personale e noto il cambiamento di status de “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da ‘libro spedito alla biblioteca richiedente’ a ‘libro arrivato alla biblioteca richiedente’. Non avendo più fretta ma soprattutto più necessità di lettura, ho rimandato il salto in biblioteca alla scadenza di altri libri in mio possesso. Il 3 Gennaio, però, scrupolosamente riapro il profilo e mi accorgo che lo status del famigerato libro è modificato in ‘libro consegnato’: ovvero lo status collimante con il ritiro d’un libro e la lettura della mia tessera con la pistola. Chiamo immediatamente la biblioteca per esporre l’anomalia e strapazzato da una linea all’altra mi viene risposto che sarei stato ri-contattato in giornata per essere aggiornato su gli sviluppi. Alle 3 del pomeriggio ricevo la chiamata in cui mi viene reso noto che suddetto libro non è presente in biblioteca e che per forza di cose debbo averlo io.

-Ma è sicuro che Lei il 30 Dicembre non è venuto a prenderlo?
-Guardi ne sono certo.
-Ma forse non se lo ricorda…
-Guardi, non ho ancora di questi problemi.
-Magari ha mandato qualcuno a prenderlo…
-Temo proprio di no.
-Senta: diamoci un paio di giorni per vedere cosa succede; magari ce l’ha ancora l’altra biblioteca e c’è stato un error….
-Scusi ma… Mi sta dicendo che ancora non l’avete chiamata?!

Assolutamente infastidito non per l’eventualità di dover ripagare 10 euro a causa dell’incompetenza o d’un furto altrui, bensì per la consapevolezza che in caso di smarrimento del libro non avrei più potuto usufruire della biblioteca (giacché non mi sarei più fidato di prendere libri che possono magicamente sparire e che devo non-molto-magicamente ripagare), passo la giornata studiando un piano d’attacco: ché si sa che è sempre la miglior difesa. D’altronde è nel mio carattere fasciarmi la testa prima d’averla rotta. E mentre mi scervello per nun caccià li fori manco ‘n euro, il giorno seguente vengo chiamato dalla bibliotecaria la quale mi notifica il ritrovamento del libro dato erroneamente ad un altro utente.
Tralasciando la questione sulla lettura, sulle librerie, sul costo dei libri, su un diritto che diventa sempre più un lusso, sulle biblioteche e sulla inefficienza di un servizio pubblico… Ciò che mi è rimasto da questa noiosa vicenda è la illuminante e saggia frase che mio fratello mi ha rivolto agli albori della vicenda:

<<Così t’impari a leggere>>

85.

Camminiamo l’uno affianco all’altro, io e Céline, in questo lungo viaggio al termine della notte. E mentre, ingenuo, cerco di stare al passo che non è il mio ascolto vomitare il suo odio per l’ingiusto schifo della vita.
Ricordare che c’è chi lo accosta a quel coglione di Bukowski ogni tanto fa male, e mi rattrista; come se fosse amico mio.
E poi penso vorrei fermarmi, interrompere questo viaggio, arrivare mai al termine…
…e se, solo per questa volta, la notte durasse per sempre? Ed il mattino non arrivasse? Il mattino con l’oro in bocca e, forse, non solo; quella puttana. Ma come posso dirlo al mio viaggiatore? Lui che alla fine c’è arrivato e ha visto tutto e si è fatto carico sulle sue spalle anche del mio dolore.
Chiudo gli occhi e la notte s’addormenta meco; domani è ancora un altro giorno.

84.

Queste parole volevo scrivertele da molto, ma non ho mai trovato modo di ammettere a me stesso la necessità di farlo. Io, ora, davvero non saprei dirti se quella che ho visto eri davvero tu: ma istintivamente il cuore si è fermato all’improvviso, paralizzato dall’emozione e dall’imbarazzo. Stavi aspettando un’amica entrata nel bagno ed ho potuto ammirarti in tutto la tua bellezza che mi ha sempre stravolto ma che non ho mai avuto il coraggio di riconoscerti. Eri tu? Non eri tu? Cosa importa quand’anche non fosse (più ci penso e più mi convinco che la tua presenza non solo a Roma, ma anche in quel preciso pub, è così improbabile da sfiorare l’impossibile), se per me eri proprio tu?
Sarei un bugiardo a dirti che non ti penso; e mi chiedo come stai, cosa fai, con chi passi le tue giornate e se finalmente sei riuscita a trovare te stessa e la strada che hai sempre fatto fatica a tracciare.
Spesso fa male pensare che non avremo mai più modo di intrecciare le nostre vite, che io non possa nuovamente urlare la mia vergogna per quel che ho fatto e detto dopo il nostro ultimo incontro. Ma sorrido quando penso che, seppur così lontani, ci sarà sempre il nostro ricordo a tenerci vicini.

83.

Da piccoli, quando la babysitter ci faceva il bagnetto, mio fratello(quanti anni avrà avuto, 4-5?) si allungava sempre sulla sua scollatura per sbirciarle il seno.
Ammazza quanto era sveglio pure allora, ed io che non ho smesso di bere dal biberon finché non ha smesso lui.

82.

Pochi cazzi; quando qualcosa non la vuoi fare, non la fai. Ed è inutile menarsela parlando di distrazione, di questo e quell’altro.
Se nun c’hai voglia, nun c’hai voglia.
Ma poi voglia de che? Di sgobbare e faticare e sudare sangue e ammazzarti di lavoro o studio per prendertela sempre nel culo; ché tanto sempre là si arriva: alla colossale presa nel culo.  Ed allora è solo da decidere se prenderla zitti e magari ti piace pure, oppure invertire i ruoli. Io della fisica ricordo poco o nulla, ma la terza legge della Dinamica ce l’ho scolpita in mente (o forse tatuato sul culo): ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

81.

Si nasce in un mondo che già ti rifiuta appena esci dal buco nero dell’esistenza; e lo sai benissimo che soffrirai e piangerai e starai male, ché se anche vogliono farti credere che il vagito sia per i polmoni che iniziano a respirare, ma mica è vero.
Cresci tra i casini dei grandi e quelli che ci vanno di mezzo sono sempre i piccoli, ché se pure quando ci stai dentro non lo capisci, ti rovinano e ti macchiano d’odio. E passi la vita a raccogliere i pezzi e fare cose che non vuoi fare ma ti fanno credere di volerle; a cercare di essere qualcuno o far finta di essere qualcuno, o di essere il contrario di quello che la società ti ha insegnato sia giusto. Ma tanto non sei vero neppure in quel caso; anzi forse sei pure più stronzo degli altri che almeno hanno già capito come funziona il mondo, mentre tu stai ancora lottando per il potere al popolo o per la legalizzazione delle droghe o per avere il lavoro o fondi per la ricerca e l’istruzione. Magari lotti per gli animali e l’ambiente e te ne fotti del vicino che ha bisogno e che ti chiede aiuto e fai finta di non vederlo e non sentirlo; e non dico del bambino africano che muore di fame ma, sai, abita così lontano che puoi pure far finta non esista e sia solo una favola per far mangiare il cibo che non va a nessuno.
Si vive frustrati in una vita che non piace, dove si cerca qualcosa per mentire e dire che non è così. E magari sei l’ubriacone che non ha coraggio di pensare ma vuole solo dimenticare la sua vita di merda, il lavoro perso, la moglie che si scopa il collega o i figli, disgraziati, che fanno le 2 di notte fumando la marijuana e scoprendo le gioie del sesso.
Ci piace pensare di essere tutti diversi, quando invece siamo fatti con lo stampino; e magari sei pure il più bello, ma caghi, mangi e dormi come tutti.
E piace anche a me pensare che farò qualcosa di grande o d’importante, che non sono come quei ragazzi che passano il tempo ad insultarsi e discutere e perdere tempo a godersi o forse sprecare la vita, mentre io la passo immerso tra libri e parole. E forse avrò un lavoro decente, una moglie piacevole, una bella macchina, una casa grande con dentro marmocchi a distruggerla; niente cani, perché mi stanno sul cazzo.
Eppure sarò uno come tanti; semplicemente un altro con un lavoro decente, una moglie piacevole, una bella macchina, una casa grande con dentro marmocchi a distruggerla. A vivere una vita fatta di obblighi e bugie, di doveri e fatiche e responsabilità.
E rido ora quando penso che ogni tanto mi vien la stupida idea di scrivere qualcosa; di scrivere racconti o un libro o versi o pensieri. Perché che cazzo avrò mai da raccontare io?

80.

Non me ne voglia il vecchio papà Dumas, ma fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’uno studente consisterà in queste due parole: leggi e ripeti.

78.

Aspettavo l’ispirazione per scrivere questo post, ma forse certe volte è necessario solo scrivere e basta. Perché quando le emozioni cedono il passo ad un acquarello di ricordi, bisogna semplicemente prendere il pennello e dipingere.

Ero un attimino nervoso, lo ammetto: e non tanto per l’incontro di persone conosciute solo tramite un blog, ma perché arrivavo quando già tutti s’erano incontrati ed avevano trascorso del tempo assieme; quando, cioè, si era già formato un gruppo. Ma più mi avvicinavo al luogo d’appuntamento, tanto più sentivo allontanarsi l’agitazione: sicché la mezz’ora di metro è stata, per così dire, un climax decrescente di tensione. Emerso dalla stazione, mi vedo costretto a wappare la Nana per sapere precisamente dove raggiungerli: ma ecco che, in lontananza, la vedo venirmi incontro, ed ancora una volta sono rimasto inebriato di quella sensazione che mi assale quando incontro fisicamente una persona che sei sicuro di conoscere già; che hai già conosciuto tramite le sue parole ed i suoi pensieri.
Arrivato sul prato, scorgendo il gruppo radunato in cerchio, non posso fare a meno di stupirmi per la numerosa partecipazione. La prima che riconosco è Alice: chi altri avrebbe potuto indossare una maglietta dei Nightwish? Ad alzarsi, poi, è lui: Orso! Ed ecco che in ordine conosco r. e la sua amica (che ero convinto fosse la ragazza!), L. l’amico di Nana, Pako, Harahel, Kefka e Marco. Ho fatto la lista della spesa, è vero; ma sapete qual è il bello? Che non siete più dei nick elencati: siete un nome, un volto, una condivisione. La condivisione di un intenso pomeriggio passato assieme, di risa, chiacchiere, pettegolezzi (eh si, anche quelli), sorrisi e… corse. Si, proprio corse.

Perché è stato bello incontrarvi; bello ricordare che dietro ogni blog c’è una persona meravigliosa che ha tanto da poter dare, tanto da poter raccontare.
Grazie

77.

Io con l’arte ho un grandissimo problema, lo ammetto; perché non sono mai riuscito ad accettare la sua catalogazione nell’oggettività di regole e critiche. Per me non esiste una scala di valori sulla base della quale poter giudicare come, cosa e perché un’opera d’arte sia migliore di un’altra, piuttosto che. E, a costo di esser aggredito e sbeffeggiato (cosa che, per altro, capita spesso quando ne discuto con amici dell’ambiente), ammetto che per me l’Arte si riduce ad emozioni. Unicamente emozioni. Non esiste un’opera più bella di un’altra; quanto piuttosto un’opera che regala più emozioni rispetto a. È il gusto: Arte è gusto personale. Perché se così non fosse dubito che si andrebbe a vedere un cesso capovolto o una tela bucata; oppure quadri cubisti.
Ecco, il cubismo. Non lo capisco, non mi emoziona.
La Pietà di Michelangelo mi commuove, invece.
Sabato sera, volendo sfruttare della Notte dei musei con un paio di amici, ci siamo ritrovati al Vittoriano davanti tele di Picasso, Gris, Braque, Leger, Gleizes, Metzinger, Hartley e chissà chi altro… Che noia.

Poi mi ritrovo davanti al Ritratto di Dostoevskij di František Foltýn. Non se lo fila nessuno; e mica je do torto, capimose: è proprio brutto. Mi piazzo là davanti a decifrare il dipinto, quando mi affianca un ragazzo. Dopo un paio di minuti di assoluta stasi cinetica mi giro verso:
-Ti piace il quadro, o lo scrittore?
-Eh?
-Mi domandavo se ti piacesse il quadro o lo scrittore.
-Ah…ehm…

E se ne va.
C’è questa ipocrisia della buona educazione che è, a conti fatti, una gran fregnaccia; perché ti priva del poter conoscere e scoprire il nuovo e diverso: il non pensato ed aspettato.

76.

Sabato scorso sono stato invitato all’inaugurazione della casa di un amico che ha deciso di rendersi indipendente dai genitori e che, con l’occasione, ha festeggiato i suoi 23 anni e ci ha presentato anche la neo-fidanzata.
È un ragazzo particolare: sveglio, di cultura e senza dubbio ai più simpatico… Ma ha sempre avuto un carattere molto chiuso e decisamente caustico; come se volesse proteggersi dalle onde della vita con battute e maldicenze.
Quando ho saputo del fidanzamento, sulle prime, sono rimasto interdetto: d’altronde in 6 anni che lo conosco non è mai stato con alcuna ragazza… E la viveva male questa sua inattitudine col gentil sesso; la sua incapacità di relazionarsi e legarsi in maniera più decisa e profonda con una ragazza. Sono stato, quindi, per gran parte della serata, ad osservarli con discrezione (sebbene qualcuno dica che spavento le persone quando le squadro, perché sembro un teppista… ) per cercare nei suoi sguardi e nei suoi gesti, quel cambiamento che solo l’amore può regalare. Son contento di poter affermare d’averlo trovato sereno, come non lo era certamente stato prima. Sereno e, forse, anche un pochino meno malevolo.

In seconda serata, poi, con C. siamo andati ad un’altra festa di compleanno, di una sua amica questa volta. In realtà, però, non credo neppure che possa venir considerata una vera e propria “festa”: una quindicina di fattoni con fumo, alcol e patatine che gozzovigliavano su una panchina di piazza San Lorenzo.
A me non piace proprio quell’ambiente… Ma a malincuore e tutti eleganti, abbiamo attraversato quel mare di gente riuscendo infine (con non poco disagio) a raggiungere la festeggiata ubriaca.
Il piano era semplice ma studiato nei minimi dettagli: arrivare, fare gli auguri, scusarci per il ritardo, scartare il regalo, sorridere, scambiare 4 parole e darcela a gambe. Tempo stimato: max 15mins. E vi assicuro che tutto stava filando liscio; finché non sono cominciate a sentirsi urla a qualche passo dalla nostra simpatica combriccola: due tizi, in piazza, avevano cominciato ad andare in incandescenza spintonandosi e urlando l’uno contro l’altro. E sebbene fossero in molti intervenuti per evitare il peggio, la rissa s’aveva da fa e le botte son cominciare a volare. E manco solo quelle, perché tra le urla delle ragazze spaventate, volavano anche bottiglie e sassi. Allontanandomi con gli altri e salutando velocemente per andarmene via lontano con C., lontano da quel luogo e quelle persone, mi sono domandato come mi sarei comportato se mi fossi trovato in una situazione del genere. Sarei stato realmente capace di abbozzare qualche pugno, o sarei scappato, capace solo di masturbarmi nei pensieri e in un blog?
Ho sempre fatto fatica ad individuare quella sottile linea che distingue il coraggio dall’incosciente avventatezza.

74.

Quante cose da dire…

Cominciamo con la prima, la più importante: auguri. Non me ne sono scordato, no davvero. Sarebbe stato impossibile. Il 12 Aprile è il tuo giorno: il 12 Aprile sei tu. E mi domando chissà che effetto t’abbia fatto non ricevere il mio SMS d’auguri per la prima volta in… quanti? 8 anni? Quel messaggio che è sempre arrivato puntuale alle 00.00 spaccate, con il mio orologio sincronizzato al tuo.
Non me sono dimenticato, no davvero. Ma la vita è così, lo sai: come le acque di un fiume che discendono avidamente la montagna e che, dopo un percorso così lungo e tortuoso, riescono a sfociare nel mare. L’acqua è salata, ma l’aspettativa e il futuro più grandi.

In realtà mi fermo qua. Non ho tanta voglia di scrivere… mi sono tagliato i capelli, ecco. Ogni volta mi ritrovo a pensare sempre la stessa cosa: con i capelli corti sono ancor più brutto che normalmente. Eppure lascio sempre il barbiere tagliare allo stesso modo.

Mi sa che faccio partire Ralph Spacca-tutto. Se reggo, sono stanco morto.
Vi leggo sempre, eh. Vi leggo.
Giuro.

Strumenti diversi sotto innumerevoli dita

73.

Puntualmente capitano periodi in cui perdo il ritmo. Mia madre li riconosce subito, e prende a dirmi che sono un po’ sbandato.
Succede quando non riesco più a mantenere in ordine la folla che passeggia nella mia testa, e tutto si confonde in un acquarello di pensieri e preoccupazioni.

Passerà anche questa volta.
Rileggendo mi domando se sia folla, o forse follìa.

72.

C’è questo breve racconto, narrato nel corso di un libro.
Un asceta è in meditazione e deve riuscire a non cedere alla voglia di bere. Il tempo passa, ma lui resiste. Il sole sorge, invade l’aria e disperde calore… Il povero asceta comincia a manifestare i primi accenni di sconfitta… E dai, e dai, e dai e non ce la fa più. Si alza e corre alla fontana ma, ecco: proprio nel mentre si appresta ad intingere l’ arida lingua col getto d’acqua, si ritrae. Ha sconfitto la tentazione: non ha più sete. Si gira trionfante e fa per tornare al giaciglio quando improvvisamente s’arresta sul posto. Comprende una nuova verità: l’orgoglio che nasce dall’essere riuscito a resistere alla sete è una debolezza ancor maggiore dell’aver ceduto ad essa. Torna alla fontana e beve.

Io non torno alla fontana, e non berrò. Rimango con la consapevolezza di essere riuscito a controllarmi. Mi rimane solo questo.

71.

Per chi fa fatica a credere alle coincidenze e al caso, risulta logicamente immediato il rifiuto della fortuna come cieca dea.
Sono, difatti, tra quella risma di gente per la quale la fortuna ce la creiamo da soli giorno per giorno, scelta per scelta. Ma non solo la nostra, anche quella altrui.
È con questo pensiero che ieri, con il centesimo datomi in resto, ho sorriso nel lasciarlo cadere a terra.

70.

Non sono sparito… Sono solo momentaneamente occupato. Che sembra quasi paragonarsi al cesso d’un Autogrill. Ma sto cercando di non perdervi troppo: leggo e commento ciò che posso…

E poi c’è questo tempo… del cazzo. A me la pioggia piace, poeticamente parlando. Mi piace mirarla da una finestra. Capita che passi i minuti appollaiato al davanzale senza pensare a qualcosa di preciso… Sono quei momenti in cui la testa si svuota e riesci… in cui riesco ad abbracciare l’infinito. Ma al contempo odio la pioggia quando mi trovo fuori casa: muto carattere e mi infastidisco. Il mutare e la consapevolezza del dipendere da qualcosa che non posso controllare.

Ho iniziato il Puzzle di un bellissimo paesaggio NewYorkese. Adoro NY, un po’ come tutti d’altronde. Ma quando vado mi sento sempre leggero. È tutto grande e in grande. Adoro ciò che è ampio e senza confini: quando l’orizzonte è sempre lontano e non hai la pretesa di volerlo raggiungere.

Inoltre mi chiedo come abbia fatto ad arrivare a 22 anni senza aver mai letto nulla di Dostoevskij.
Mi è stato regalato “L’Idiota” e non ho avuto più scuse per non colmare la lacuna riservata alla letteratura russa.
Non mi appassionavo così tanto ad un romanzo dai tempi di Dumas. E,  tra parentesi, nel libro sono numerose le citazioni e gli omaggi ai due Dumas, padre e figlio. Ché, sempre tra parentesi, a me il figlio non ha mai fatto impazzire; sebbene gli riconosca il merito di non aver mai cercato di imitare lo stile del padre.
Invece al Signor Dostoevskij piace molto; e piace molto la Signora delle Camelie. Dovrò  rileggerlo.

Quando le persone mi rispondono che non hanno tempo per leggere, mi vien voglia di ridere.
Perché il tempo per leggere c’è sempre. Bisogna solo dedicarglielo togliendo ad altro, se inevitabile.
Da bambino leggevo per conoscere la storia; da adolescente per dissetare la mia presuntuosa sete di conoscenza; ora leggo perché ne sento il bisogno. E i lettori… quelli veri, non gli occasionali, conoscono perfettamente questa sensazione.
Ecco, non ditemi che non avete tempo: rispondetemi che non ne avete necessità.

69.

Ho iniziato a non accontentarmi delle amicizie più vicine quando avevo dodici-tredici anni. Quando il modem era ancora a 56kb e regalava quell’indimenticabile suono nel mentre della connessione.
Noi fratelli ce lo si spartiva, ognuno aveva i suoi turni, anche perché la possibilità di connettere più computer all’unisono era ancora il futuro. Divenuto, poi, immediato.
Avevo iniziato a leggere fumetti, e non riuscendo a condividere questa passione con alcuno, digitai su Google alla ricerca di una chat a tema. Scelsi il primo risultato e mi iscrissi immediatamente.
In 5 anni di assoluta attività in quella chat… non ho mai visto parlare di manga. Manco una volta, manco per sbaglio. Era una… comunità? Famiglia? Associazione sfigati anonimi? Non lo so, ma era un qualcosa. Un qualcosa che io, personalmente, non conoscevo né avevo avuto modo di conoscere a scuola o al catechismo o chissà dove altro.
Coetanei, liceali, ragazzi, ragazze… c’era di tutto, e quel tutto formava un’unità a cui decisi di voler appartenere a tutti i costi.
Ho conosciuto così persone tra le più splendide e meravigliose. Persone che mi hanno accompagnato in questi 10 anni, persone che ci sono ancora; non tutte, alcune. Con cui ci si sente praticamente quasi ogni giorno, si chiacchiera, ci si confida, si chiedono consigli, se ne danno, aiuti, opinioni, pareri. Si litiga anche, perché no. Eppure non ci si è mai visti.
Le persone che più sento ad oggi, invece, (escludendo le ovvie amicizie storiche del liceo e del sabato sera), sono ragazzi conosciuti su una pagina fan di FB. Ragazzi che ho incontrato ed incontro quando si può, perché siam distanti quasi tutti. Persone con cui si è voluto fare un passo in un più, una voglia di stare assieme che ha oltrepassato il triste confine di uno schermo digitale.
Forse è perché sono abituato, forse è perché io non ci trovo nulla di anormale o strano, che quando sento persone distinguere amicizie virtuali e reali, storco il naso. E qui, anche in questa piattaforma, siete in tanti. Ed io non vi capisco, perché per me non esiste un amico virtuale o un amico reale: esiste un amico e basta.
E WordPress mi ha regalato delle sorprese incredibili. Perché l’apertura di questo blog nasceva con l’intento di lasciare per iscritto qualche racconto o qualche pensiero, sperando nel giudizio di altri. Poi, invece, ho cominciato ad interessarmi alle parole di alcuni, alle loro vicende, ai loro frammenti. E più ricevevo da voi in regalo questi tasselli di vita, tanto più sentivo il bisogno di condividerne anche io, di parlare di me, di contribuire a quel grosso mosaico che è l’intreccio delle nostre vite. Perché, cavolo, a me piacete da morire. Siete tutti stupendi. E i rapporti, pian piano, diventano più solidi, ci si conosce meglio o almeno ci si prova, si chatta, si chiacchiera, si discute, si scherza assieme. Ciò che era sbiadito pian piano diviene più nitido. Ma c’è chi, poi, ad un certo punto non se la sente più. Fa un passo indietro e te ne racconta tante solo per dirti che forse è meglio alzare ancora di più il muro esistente; ed il fatto è che se tu, tu lettore, mi alzi un muro io quel muro lo vedo, lo abbraccio di sguardi tristi e mi allontano. Me ne vado arrabbiato e deluso. Non mi metto a supplicare né molto spesso do il tempo di dar spiegazioni, saluto e sparisco. Perché una persona che prende le distanze, a me fa proprio male. Come se fossi un ladro, come se chissà quali intenti io possa mai avere se non quello di…parlare, semplicemente. Forse è perché non tutti sono abituati a conoscere persone nel net o forse perché uno nun c’ha voja e basta, senza menar troppe stronzate.
Ma ve ne sono tante che restano. E ci si finisce a parlare delle peggio stupidaggini, di fare le 4 di notte fantasticando cucina cinese, ad immaginare su un futuro incontro con tanti altri bloggers. Coetani, chi più, chi meno. Magari della stessa città, magari no. Ma persone con cui senti di aver qualcosa in comune. C’è poi chi stringe un legame fortissimo, come quelle due gnome. Ed io… io mi sento proprio contento quando percepisco che c’è chi è riuscito ad abbattere il muro che è questo schermo su cui stai leggendo. Perché anche io l’ho fatto tante volte, e so cosa significa. Significa che l’amicizia è diventata più stretta, che ora si nutre della forza dell’altro. Che ne ha bisogno.
E, in questa stramba piattaforma, si conoscono anche persone con cui, apparentemente, non sembri aver nulla in comune. Magari perché sono più grandi o perché la si pensa in maniera completamente diversa su temi importanti.Ti aspetti che neppure ti considerino, perché tu in realtà sei un cucciolo d’uomo che si diverte a fare il grande. Ed invece ti ascoltano.
L’amicizia, qualunque essa sia, è uno scambio d’emozioni. C’è chi ti le regala con un commento, chi con un libro, chi con una partita a scacchi, chi con le sue attenzioni.
Ma il fatto è che per me voi, siete tutti proprio fighi.
Tutti.

Veloce aggiornamento:
Brutti manigoldi,  grazie per i vostri meravigliosi commenti.  Ma questo post non è dedicato a chi va via, come sto constatando dalle vostre risposte.
È dedicato a chi c’è.
A chi ti regala un’emozione
A chi ti regala un libro
A chi ti regala attenzione
A chi ti regala fiducia.

Ecco, fiducia.
È tutta una questione di fiducia.

68.

Se mio padre è riuscito a farmi entrare in testa qualche valore, senza dubbio uno è l’onesta. E i suoi esempi di vita hanno così scavato nella mia persona, che amo definirmi un onesto patologico. Devo esserlo per forza. Non ci sono sconti, né mezzi termini. Vivo l’etico-moralmente giusto, lo seguo, mi impegno. Niente scorciatoie; se il percorso è ripido e tortuoso, anzi, mi diverto anche a percorrerlo. D’altronde una delle poche cose che ricordo della Fisica studiata al liceo è che non importa né il punto di inizio, né quello di fine: importa solo il percorso.
Di esempi nei potrei riportare tanti, ma c’è una cosa di cui piace vantarmi: non ho mai copiato ad un compito o ad un esame. E non dico mai per dire quasi-mai. Mai sta proprio per mai. Questo, per me, è davvero un vanto; qualcosa di cui vado fiero. Mio nonno ripeteva sempre: non importa che ti promuova la scuola, se poi ti boccia la vita. E a me piace questa frase, piace molto.

Voglio raccontarvi del mio professore di Storia dell’Arte al Liceo. Ora, però, è bene precisare che tipo di persona fosse. Se mi concedete il lusso di farla breve: un grandissimo figlio di puttana. Uno stronzo alla N potenza, viscido, subdolo, opportunista, meschino, ignorante. Il suo aspetto esteriore rispecchia, forse, ciò che porta dentro: assomiglia a Jabba. Sapete chi è Jabba, no?
Jabba con il riporto, ecco. A voler essere… onesti.
Non parlerò del suo provarci con le studentesse, delle sue battute a sfondo sessuale, della sua presunta relazione con una ragazzina, delle sue lezioni inutili e prive di alcun fondamento storico. Ma parlerò di uno, solo, ed unico episodio.
Eravamo abituati bene, devo ammetterlo. Lui sparava le sue stronzate sugli artisti, noi prendavamo appunti di quelle cazzate, e si decideva assieme il giorno delle interrogazioni o del compito in classe. Questa era la prassi.
All’ultimo anno però, proprio poco prima della pagella, entrò in classe e ci avvisò del compito a sorpresa. Putiferio: perché noi si studiava solo quando sapevamo di doverlo fare.
Urla, grida, proteste. Ma il compito s’aveva da fa. Il professore distribuì i fogli, e la classe rimase immobile. S’era insieme deciso di non rispondere a nulla e lasciarlo in bianco. Girava ‘sta voce che se nessuno l’avesse svolto, il compito sarebbe stato automaticamente nullo. Chissà poi se ‘sta cazzata è vera. Come la regola che non si poteva essere interrogati in 3 materie in una sola giornata. Non ho mai avuto modo di verificarne la veridicità, ma ho salvato il culo una marea di volte appellandomi allo Statuto degli studenti.
I primi 15 minuti, comunque, passarono decisi. Lo stronzo alla cattedra ci diceva che dovevamo farlo o ci avrebbe messo 2, con il rischio di dover poi frequentare corsi di recupero nel secondo quadrimestre. Dopo mezz’ora ci sorrise e disse “oh beh ragazzi io ora devo assentarmi, fate silenzio”. Ci lasciò soli. Soli, durante un compito in classe in cui nessuno sapeva niente e lui ne era perfettamente conscio. Vi potete immaginare il risultato: un via via di scopiazzatura di libri e quaderni. Dal canto mio… beh cosa potevo mai fare? Io non sapevo rispondere a quelle domande e non risposi. Lasciai il foglio in bianco. Non per protesta o per fare il figo. Non sapevo che scrivere e non volevo copiare. Rientrò in aula a fine lezione fecendo ritirare i compiti, ed io mi guardai bene dal portarglielo personalmente: lo infilai nel mezzo del mazzo di chi stava raccogliendo.
Quando riportò i compiti corretti, il mio aveva un bel 2. Non ricordo bene cosa disse, qualcosa sul fatto che avevo voluto fare l’eroe ed ora mi beccavo un 2 in pagella. Un imbecille insomma. A ricreazione, poi, quando gli passo vicino nel corridoio – era intento a parlare con una collega – mi ferma e dice: ecco è lui il ribelle che ha lasciato il compito in bianco, il rivoluzionario. Allorché io me lo guardo bene, poi anche la sua amichetta. Prof, ma io veramente non sapevo nulla… cosa voleva facessi: che copiassi?
Lui resta un attimo in silenzio poi con i suoi occhi piccoli e cattivi mi dice: Ti devi piegare al sistema. Non capisco sul momento, sorrido e gli rispondo che recupererò il brutto voto.
Eppure pensandoci ora trovo in quell’affermazione qualcosa di spaventoso.

Stamane sono uscito per sbigare alcune faccende e l’ho incontrato. Ci siamo riconosciuti al volo, e mi ha invitato a prendere un caffé. Come dire di no?
I primi minuti sono stati imbarazzanti, passati scambiandoci domande di circostanza: lavora ancora o è in pensione? Si, studio. Si faccio questo. Non non vedo più tizio. Non non me la ricordo Caia.
Poi mi chiede se mi ricordo del compito in classe in cui lasciai in bianco. Eccerto che me lo ricordo. Mi dice che, sai, je l’ho messa al culo quella volta e ancora je rode. Che in tutta la sua carriera non c’è stato uno che non abbia copiato a quel compito a sorpresa. Ché lui vuole tirare fuori il marcio delle persone, perché siamo tutti dei grandissimi pezzi di merda, ma che io l’avevo lasciato in bianco. Mi chiede il motivo, non può essere davvero perché non sapevo le domande: bastava copiare. Allora gli racconto di me, di quello che penso, quello che cerco ed inseguo. Di che tipo di persona voglio essere, della mia voglia di rivalsa. E lui mi dice che sono proprio un piccolo stronzo. Ma che je l’ho comunque messa al culo e va bene così. Poi, dal nulla, mi dice che gli hanno diagnosticato un tumore. Che il tumore è maligno e non sa ancora quanto gli resti di vita, ma poco. Me lo dice con gli occhi lucidi, mi prende la mano e la stringe. Cerca conforto, cerca rassicurazione. Io mi trovo spiazzato. Non ho idea di come reagire, non riesco ad esser mosso da pietà. Lo guardo, e gli dico che mi dispiace, che deve farsi forza. Che la vita per lui comincia adesso. Mi chiede cosa intendo, cosa voglio dire. Gli spiego che l’uomo il più grande torto lo fa nei confronti del tempo: sprecandolo, buttandolo, regalandolo a chi non lo merita. Che il tempo è davvero l’unica cosa che non può essere data indietro. Impiegare tempo in qualcosa o qualcuno significa donare attimi della nostra vita. Gli dico che l’uomo è una brutta bestia, perché quando pensa al tempo concretizza l’illusione dell’ immortalità. Di non dover morire mai, che la morte sia qualcosa di lontano. Gli stringo la mano a questo punto, che avevo lasciato passiva tra le sue. Adesso lei sa cosa è il tempo, che è limitato, che non può essere sprecato: questo gli dico. Di pensare a cosa gli piace e di farla. Mi dice che ha sempre sognato di andare in Olanda sulla tomba del suo calciatore preferito. Bene: lo faccia. Mi sorride. Forse ho ragione, dice. Forse ha buttato un’intera vita a fare un lavoro che non voleva fare con persone con cui non voleva stare. Forse doveva andare così per lui. Non lo so-gli rispondo- Non so se esista il karma, o lo ftonos ton theon per la sua ubris o una punizione divina. So solo che Dio non gioca ai dadi, ed io non credo nelle coincidenze. Lui rimane un attimo zitto. Mi chiede se leggo fumetti, mi chiede se leggo Moore. Si, sono uno sfigatissimo lettore di ogni genere di fumetto, e si, leggo quel pazzo visionario di Moore. Mi sorride, e dice che VperVendetta è la sua Graphic Novel preferita. Ci alziamo; lo ringrazio per il caffè e lui mi dice che in fondo non sono così stronzo. Ci stringiamo la mano e gli do del tu: forse, in fondo in fondo neppure tu sei così stronzo.

67.

Ricordo perfettamente il momento in cui mi avvicinai per la prima volta, mentalmente, al pugilato.
Mi trovavo al quarto anno delle superiori e con tanta rabbia dentro. Una violenza frustrata dall’impossibilità di sfogarla, una voglia di trasformare in concreto qualcosa che sentivo dentro in astratto. Ad 11 anni avevo preso coscienza del poter far male ad una persona quando, litigando con mia sorella, le mollai un ceffone in pieno volto, facendole sanguinare il naso. Son cose che capitano, lo so, ma per me fu quasi uno shock rivelatore: potevo far male ad un’ altra persona.
Ecco, lì smisi di scherzare con le mani, smisi di giocare alla lotta con mio fratello (anche perché alla fin fine ce le prendevo sempre). Divenni un bambino morigerato: di quelli che non rispondono ad una spinta o ad un calcio ma piuttosto feriscono con le parole. Ma con le mani… no, con le mani proprio no.
In secondo liceo (4 anno secondo il conto scientifico) mi ritrovai a leggere un romanzo di Gianrico Carofiglio: Testimone inconsapevole. C’è questa scena in cui il protagonista, un avvocato sulla quarantina, viene assalito da un un paio di ragazzi che vogliono scipparlo e, memore del suo passato pugilistico, riesce a difendersi e mandarli in fuga. Ecco. È precisamente quello il momento in cui ho pensato alla boxe per la prima volta.
Il caso volle che a 5 minuti da casa si trovasse una palestra, specializzata in particolar modo nell’allenamento pre- e pugilistico. Dopo un anno altalenante decisi di iscrivermi seriamente.
Quando si entra nel periodo di esami la vera cosa che mi dispiace è il dover abbandonare l’allenamento: perché 2 ore e mezza per quattro giorni a settimana son tanti e proprio non si può se si ha da studiare come un forsennato. Quando, per ciò, concludo la sessione esami la cosa più bella è il ritornare in palestra. Il ritornare alla boxe. Perché per me la boxe è un catalizzatore di forza positiva. Quella forza che sento di avere dentro, ma difficilmente ho la possibilità di tirare fuori. E stare là, impegnandomi in esercizi su esercizi, nel veder scorrere il sudore a terra, nel perdere il fiato al sacco, o nell’ incontrarmi in uno sparring sul ring… per me è bello. Dietro alla boxe c’è una filosofia, un canone comportamentale, c’è tanto romanticismo. Perché sul ring due avversari si incontrano, non si scontrano. E questa è una differenza micidiale, ma bisogna saperla cogliere. La boxe è un incontro tra due individui che si sono impegnati ed hanno faticato, rinunciato e patito. Ognuno conosce l’impegno dell’altro. Prima di tutto la boxe è sacrificio in vista di un obiettivo. Di un miglioramento fisico ma soprattutto mentale.

Solounoscoglio lo dedico a te; sai il perché scrivo questo, e perché ti parlo proprio della boxe.
Ci vuole forza, lo sai. Ma tanto tu sei forte.

A presto mà.

66.

Ci sono giornate in cui manco il senso della vita; come se quel grosso buco dentro ogni uomo si facesse più largo. Ecco: ci sono giornate in cui divento un enorme buco che s’affaccia sul vuoto d’un grattacielo; un tutt’uno con il nulla.

Il punto&virgola è ciò che sta a metà. Ciò che è indefinito e senza appartenenza, a metà tra il tutto e il niente. È il Ti metaxú platonico: il giusto mezzo.

65. bis

Lo scritto che segue vuole essere nella sua forma, frammista di tanto in tanto d’intermezzi dialettali atti specialmente ed unicamente a dar una più scorrevole continuità alla lettura, una piccola ma seria riflessione sincera ed introspettiva su temi filosoficamente e socialmente importanti: quali la Libertà, la Tolleranza, il Rispet… No aspè, ma che ce stavi a crede pe davero?

LETTERA MANCATA AD UN MANCATO CONDOMINO
Ecco, perché ora io potrei darti dello stronzo, e chiudere qua la vicenda: ma tu meriti di più. Ed allora voglio dedicarti un po’ del mio tempo; perché, vedi, il vero motivo per cui io ho un problema con te, e tu fra poco ce l’avrai con me, è che mi poni dinnanzi un conflitto interiore insanabile.
A me ‘sta dicotomia tra Libertà e Tolleranza m’ha sempre fatto… si può dire “arrapare”? Eccaallà, l’ho detto. Arrapare. ‘Sta cosa di capire se la liberta’ di un individuo sia davvero un diritto naturale e non la concessione della tolleranza di un secondo individuo mi fa impazzire.
Tu canti perché sei libero di cantare, o perché io sono tollerante nel lasciartelo fare? Ecco, capisci il punto? Non è perché canti tutto il giorno, o perché lo fai male; non è neppure perché ora ti sei messo a dare lezioni di canto a due scimmie; per quello, anzi, ti darei un premio: devi avere una capacità carismatica di fregar la gente da Nobel. E non è, pensa, neppure perché alle 2 di notte ti sento ridere sguaiatamente su Skype, o fare i tuoi esercizi per l’intonazione.
Ma è perché, vedi, quando tu fai ognuna di queste cose, cresce in me la voglia di scendere, suonare alla porta ed infilare la canna di un fucile a pompa nella tua bocca. E l’idea che proprio io, zelante sostenitore della Libertà individuale e sociale come diritto naturale, sacrosanto, inalienabile e divino possa immaginarti, con piacere eh, ‘n sacco de piacere, in una pozza di sangue… Ecco, me fa ‘n po’ ‘ncazzà.
Perché, credimi, io ci ho provato ad essere tollerante e rispettare la tua libertà; ma tu non solo non hai rispettato la mia ma, anzi, sei riuscito anche a violentarmi l’apparato acustico; sicché ogni volta che, malauguratamente, la sorte, ironica meretrice, fa in modo che io senta una canzone da te precedentemente cantata: non sento la voce del cantante, ma la tua. E tu devi comprendere che questo diventa un problema quando sono in macchina intento alla guida. Mi prendono gli attacchi assassini, lo capisci?
Io te l’ho scritta ‘na letterina gentile, lo ricordi? Gentile ed edulcorata al punto giusto. Poi ti sono venuto pure a trovare, te lo sei forse dimenticato? Non una, ma due volte.
Ecco, è che poi a ‘na certa m’hai rotto li cojoni. Quindi niente, ho telefonato a quello che ti affitta l’appartamento e j’ho un po’ spiegato la situazione. J’ho detto che canti tutto il giorno, j’ho detto che ti sei messo a dare lezioni, e j’ho pure fatto intendere che hai subaffittato a quel tale che ti accompagna con la tastiera. Ah, e j’ho anche detto che ho già parlato con l’amministratore e che o la stanza viene insonorizzata o tu non canti piu delle 3 ore che ti sono concesse da regolamento di condominio o io faccio un macello alla Tarantino.
Ah, e se, magari!, questo ti caccia di casa e ti ritrovi per strada perché t’affitta in nero e non vuole rogne… a me non dispiacerebbe troppo, sai?

65.

Ma guarda che il Natale è finito da ‘n pezzo, ciaa fai a cantà qualcosa de novo?
E poi accetta il fatto che purtroppo alcune volte la passione proprio non basta.
Tipo nel tuo caso.
E l’amico tuo che ti sta a di che sei bravo… È proprio ‘no stronzo.

64.

Giuro che ad oggi non saprei realmente dire il perché volli farmi un piercing. Forse è perché avevo bisogno di qualcosa per sentirmi io diverso, e non percepirmi tale da parte degli altri. Forse perché avevo bisogno di dimostrare che ero uno tosto, uno in gamba, uno ganzo. Magari è perché avevo paura di non essere altezza… di cosa poi, non saprei.
Mi ricordo che l’idea nacque spontanea, nessuno aveva cercato di convincermi. Non andava ancora troppo di moda tra i maschietti, allora; ad averlo erano in pochi, per lo più i ragazzi più grandi, quelli di sinistra; i comunistoni fattoni che parlavano di occupazione e libertà nei cessi della scuola. Ma, chissà, io quel piercing lo volevo per davvero.
Andai nella camera dei miei, dove mio padre era steso con mia sorella a parlare. Entrai timidamente bussando, e mi sedetti al fianco del mio vecchio.

Pà, io voglio farmi un piercing. Mi sorrise, buon’anima, perché non aveva ancora compreso non stessi scherzando.

E dove?

Proprio qui, sul sopracciglio. Avevo sparato in alto, lo ammetto. Ma ogni figlio sa come prendere i propri genitori, e mio padre si prendeva proponendo qualcosa di grosso, per ripiegare all’alternativa più piccola. Eh si, perché io il piercing lo volevo alla cartilagine sinistra, mica al sopracciglio.
Non ricordo esattamente il discorso che fece mio padre, ma era uno di quelli lunghi a spiegarti che non ci si realizza con un orecchino, che non si diventa migliori con uno di quei cosi appesi, che per sentirsi unici non c’è bisogno di far parte del branco.

Dai, al sopracciglio no, scherzavo. Lo vorrei qua, all’orecchio. Stefy se l’è fatto, non è giusto.

Ma tua sorella se l’è fatto quando stava all’estero; e poi guarda, se l’è pure tolto perché le dava fastidio.

Quel giorno la discussione terminò là. Quel giorno. Perché io continuai anche la volta dopo, e quella dopo ancora; e per quanto mia madre facesse i suoi soliti discorsi classisti, che l’orecchino ce l’avevano i debosciati, che non era consono, che era fuori luogo, che chissà cosa avrebbero pensato le altre persone, chissà per chi mi avrebbero preso… Mia madre è una santa donna, davvero, ma pure lei ha le sue croci. Un po’ come tutti.
Tuttavia sapevo che quella era la tattica vincente. Continuare a chiedere. Non insistere, non piagnucolare. Chiedere.
Di mesi ne passarono molti, ma un giorno mio padre rispose alla mia richiesta in maniera differente dal solito “non se ne parla”:

Ok, se per te è cosi importante, ok. Ma non con la pistola, te lo fai con l’ago, evitando che frammenti di cartilagine ti rimangano nella cicatrice del buco.

Non potevo credere alle mie orecchie. Ce l’avevo fatta. E allora si, cazzo: avrei avuto il mio orecchino! Mi accompagnò mia madre, proprio lei che era ancora contraria…perché alla fine la mamma è la mamma. Pure se un po’ bigotta e un po’ classista, rimane la mamma. Andammo da un amico di mio padre, un chirurgo plastico. Un chirurgo plastico per farmi un cavolo di buco all’orecchio. Ridicolo, pensai. No, vabbè lo penso pure ora.
Ma finalmente l’avrei avuto, e chissenefregava chi mi l’avrebbe fatto. E fece male. Molto male. Ok ok, volevo solo far la parte del duro. Fece un po’ male, ecco. Mi misero una pallina d’oro, che avrebbe dovuto evitare infenzioni. Ed invece d’infezioni ne ebbi parecchie, sicché per i primi tre mesi dovetti stare là a pulire con crema ogni sera, per togliere il pus che regolarmente si formava. Uno strazio. Però, boh, ero contento.

E stasera, mentre aiutavano mia madre a sistemare la cucina:
Senti, te la posso fare una domanda?
Certo, mamma
Ma quando te lo togli quel coso? Sei grande ormai, è da ragazzino
Boh, non ci ho pensato…. quanto mi dai per toglierlo?
Quanto vuoi?
Facciamo 500 euro?
Tienilo và, alla fin fine neppure si nota troppo.

Il fatto è che io, questa domanda, non me la sono mai posta. Ma ora mi chiedo: quando deciderò a toglierlo? Quando capirò che è il momento?
Perché tenere per 9 anni un orecchino senza mai essertelo tolto (ok, giusto per cambiare quell’orrida pallina d’oro giallo), o guardarsi per 9 anni allo specchio e vederlo sempre là… ti fa perdere la consapevolezza che tu e quell’orecchino siete due cose separate, che non siete un’unica entità.

Ah, in realtà mo’ mi domando pure ‘naltra cosa… Ma non è che dovevo chiedere, chessò, 200 euro? ‘naggia…

63.

Ma te la posso dire una cosa, vero?
Perché io, dopo così tanto tempo, riesco ancora a r-innamorarmi continuamente di te quando fai così.

Peste a chi fugge l’amore, a chi lo disprezza, a chi pensa di poter vivere senza. Se c’è in noi davvero un germe divino in attesa di quella minuscola ed intensa luce cosmica, l’amore è ciò che l’anima cerca d’eterno. Passa tutto, ma non l’amore. Il resto è solo una sequenza di zeri.

Digressione

61.

Se c’è un qualcosa che riesce ad infastidirmi, è quello di esser preso ed additato come superficiale.
E quando succede che sono io stesso a sentirmi tale, a riconoscerlo, a comprenderlo… scatta in me qualcosa: un senso di rivalsa.

Sono stato a pranzo dai nonni di C. ieri, perché ormai sono un po’ come di famiglia, dai.
E mentre si parlava di politica, dell’attuale classe dirigente, del ’68, di economia e di crisi, il nonno lancia la sua pietra in acqua, non sapendo, forse, di aver scatenato in me un’onda contro il porto.

“Perché voi state sempre là al computer e magari lo sapete anche usare, ma non sapete neppure come funziona la ruota”

È vero. Tutto, ormai, ristagna in superficie, pochi scendono in profondità.
Ed io mi sento, ancora, terribilmente superficiale.

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60.

Ho speso 10 minuti d’orologio nel tentare di mettere assieme un esordio accattivante. Perché quando scrivi -e quando vuoi che qualcuno legga ciò che hai da dire- non puoi accontentarti di rivolgere le tue parole solo a te stesso: ma devi essere in grado, se realmente lo desideri, di arrivare nella testa del lettore. Se, poi, riesci a giungere anche al cuore, hai scritto qualcosa di bello e non solo d’interessante. È per questo che ho provato a mescolare insieme qualche parola che potesse, in qualche modo, dare un’apparenza d’interessante incipit; ma, ahimè, non ci sono riuscito. Perché l’argomento è delicato ed io non sono in grado di parlarne come vorrei.

Chi segue questo blog sa, o almeno dovrebbe sapere, che ho 22 anni. Molti, forse, sanno che son di Roma. Pochi sanno cosa studio o cosa faccio. Perché, sinceramente, non trovo di qualche utilità un’informazione del genere.
Forse nessuno, ad esclusione di pochissimi, sa che ho i capelli rossi. Ora, forse, sono più ramati, ma vabbè. E che vi frega? In teoria non dovrebbe in alcun modo, difatti. E non è un’informazione che elargisco con una così semplice facilità, lo ammetto. Perché non amo il mio colore. Ma continuate a leggere.
A Roma, nella “grande capitale”, c’è (o forse c’era) una superstizione legata alle antiche ignoranze popolari: cioè che una persona dai capelli rossi porti sfiga. Si usava (uso il passato perché sono anni che non mi capita) toccare un vicino, incrociare indice e medio e proferire “roscio tuo chiuso”. Probabilmente ora reagirei in maniera matura; ma un bambino ci soffre. Io ci ho sofferto.
Vedersi umiliato così, in pubblico, etichettato come sfigato non è bello. Disprezzato per il colore dei capelli che io non ho scelto, che io non ho chiesto né voluto…non è bello. Perché ti fa male dentro, ti fa sentire inferiore agli altri, ti fa sentire diverso. E cosa c’è di più umanamente degradante e disumano, di violento e profondamente sbagliato che far sentire una persona diversa?
Non mi piaceva uscire; non mi piaceva camminare in mezzo ai ragazzi più grandi con il timore di quel “roscio tuo chiuso” urlato senza pietà. A nuoto, poi, c’era questo ragazzo più grande che in doccia si grattava il pube e si rivolgeva a me dicendomi  “porti sfiga”. Ma se solo lui aveva cominciato inizialmente, poi lo seguirono tanti altri. Ed io, là, stavo zitto, mi lavavo, vestivo ed andavo via. Ma a casa piangevo, non capivo il perché di quelle parole, di quel disprezzo. A quei tempi, poi, avevo avuto occasione di visionare “The power of one” -splendido film (tratto dall’omonimo romanzo) rappresentante la dura lotta all’apartheid (agli inizi nel 1948) in Sudafrica-. E c’è questa scena, terribile, ambientata in un orfanotrofio… dove al protagonista, nelle docce, viene pisciato addosso dai ragazzi più grandi. Ed io questa scena la sento forte: perché nessuno mi ha mai pisciato addosso, ma è come se fosse stato fatto.
Sono piccole cose che cambiano. Probabilmente non perderò mai questo senso di diversità che porto dentro; questo imbarazzo quando entro in un luogo affollato. Chissà.
E tutto questo…tutto questo perché oggi mi domando come doveva sentirsi un nero nell’America della schiavitù. Come doveva essere guardato, con quale disprezzo, con quale derisione e disgusto.
In America la schiavitù prende ufficialmente piede intorno al 1619, continuata lungamente negli Stati del Sud (ricchi di piantagioni) fino alla guerra civile del 1865, al termine della quale venne promulgato il XIII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Tale forma di schiavitù si realizzava nell’utilizzo di manodopera acquistata in Africa per essere utilizzati come servitori e raccoglitori nelle piantagioni delle colonie. Nel periodo che intercorre tra il XVI e il XIX secolo si stima che circa 12 milioni di africani siano stati trasportati nelle Americhe. Ma le cifre non sono veritiere, si parla difatti tra gli storici di numeri molto, molto più grandi.

Il trattamento degli schiavi negli USA variava a seconda del periodo al quale ci si riferisce e alla località. Ma, generalmente, le condizioni di vita erano pessime, caratterizzate da brutalità dei padroni, degradazione e disumanità. Le frustate per insubordinazione, le esecuzioni e gli stupri all’ordine del giorno. Le punizioni per gli schiavi insubordinati erano fisiche, come frustate, bruciature, mutilazioni, marchiatura a fuoco, detenzione e impiccagione. Talvolta erano elargite senza un motivo preciso, ma solo per confermare la posizione dominante dei padroni. Gli schiavisti negli USA spesso abusavano sessualmente delle schiave, e le donne che opponevano resistenza solitamente uccise. Per preservare la “razza pura” erano severamente vietati rapporti sessuali tra donne bianche e uomini neri, ma lo stesso divieto non era previsto per i rapporti tra uomini bianchi e donne nere. (Wikipedia)

Questo è quanto viene scritto, chissà quanto è stato taciuto. Che torture, che umiliazioni, che sopprusi.
Oggi, quindi, oggi vi lascio con questa storia. Questo è il mio giorno della memoria.
Oggi vi chiedo: come può un uomo far sentire diversa un’altra persona?

Immagine

(Peter, uno schiavo di Baton Rouge, Louisiana, 1863, le cui cicatrici sono il risultato della violenza continuata da parte dei responsabili delle piantagioni. Wikipedia)

56.

Ad inizio settimana mi sono rivisto con S., come tutte le volte che torna dall’estero. S. è, forse, l’unico vero amico che conto. Quell’amicizia sincera che non ha bisogno di parole ma di sguardi, che le cose non c’è bisogno di dirle per capirle. È un bravo ragazzo, bravo e serio.
Lo conobbi in 4 elementare quando si trasferì a Roma per il lavoro del padre, lui ed Emanuele. Venivano entrambi dalla Sicilia, un po’ bassetti e tozzi…tarchiati come la maggior parte dei veri siciliani, insomma. Per quanto io sia tremendamente amante della solitudine, ho questa capacità di legare subito, di far subito amicizia. Non sono esattamente come appaio qui nel web. Quando mi rileggo provo forte antipatia nei miei confronti…ma sono anche questo; quello che nei forum o nei blog sembra che si senta stocazzo e precisino e rompipalle, mentre senza una tastiera di pc sono l’imbranato taciturno che quando parla è solo per sparare una cazzata. Faccio ridere, almeno quello.
M’ero dunque ritrovato ad allacciare un bel rapporto con S., che a quell’età significava scegliersi come prima opzione nella partite di calcio (quelle con la palla di spugna nel cortine della scuola), invitarsi a casa, scambiarsi i pokémon in cards e con quei meravigliosi gameboy. Eravamo molto affiatati, insomma.
Con il passaggio alle medie ci separammo e perdemmo di vista; perché io tendo a slacciare i rapporti quando si chiude un capitolo della mia vita. Elementare finita? ZAC. Medie finite? ZAC. Liceo finito? ZAC. Robe del genere, avete capito. Non so perché…ma non mi piace portarmi dietro troppi legami, sebbene le persone importanti le serbo nel cuore e nei ricordi, quello si. Non costa nulla, o forse costa anche di più.
Ci ritrovammo nella stessa classe di Liceo. Feci fatica a riconoscerlo con quel barbone. Cazzo, a me cresce poca tutt’ora, lui a 14 anni si radeva una volta ogni tre giorni. Da là tutto tornò come prima, all’incirca. Perché mentre lui amava la compagnia dei fighetti della classe, io preferivo starmene più in disparte con quelli più anonimi. Ma gli sguardi c’erano, e la complicità è rimasta. Fino alla fine.
Ora sta facendo un master in Scozia in Business and management, dopo aver preso la laurea triennale in Belgio.
Ogni volta che torna, quindi, ci ritroviamo per un paio di aperitivi. Tre-quattro volte l’anno, non di più. Sempre lo stesso posto, che fa schifo e costa pure troppo per quel che offre. Ma è il nostro bar, ormai. Appuntamenti sempre sul tardo pomeriggio, ad un orario che, lui, puntualmente trasgredisce, lasciandomi ad aspettare 10, 15 minuti. Ora, però, ho imparato. Questa volta ha aspettato lui.
E così ci siamo ritrovati a parlare, raccontandoci tutto quello accadutoci da Luglio scorso (non ci sentiamo con email o sms. Quelli, solo per auguri) ed improvvisamente:

-Ma tu hai detto a Cr. (la sua morosa) di essere un asociale?

-Oh, beh, si, potrebbe essere. Perché?

-Perché quando parliamo di te, Cr. dice che sei un asociale, e che gliel’hai detto tu.

-Lo sai che sono bravo a farmi pubblicità.

-Ma ci pensi quando al ginnasio ti obbligavo ad uscire con noi il Sabato sera e venivo sempre a prenderti sotto casa con il motorino? Altrimenti te ne stavi sempre a casa!

-Eh…ricordiamoci anche che i Sabato sera con quelli erano un classico: Campo dei fiori e sbronza. Così, alla meno peggio.

-Vero…ma almeno ti facevo uscire, Cristo! Menomale che c’ero io, guarda! E ricordi invece quando ci preparammo per l’esame di Stato assieme, e passavi ogni 10 minuti a controllare quel cazzo di FarmVille?

-Era Restaurant City, non FarmVille. Ed avevo un ristorante bellissimo.

-Cazzo è uguale. Cristo, ma come ho fatto a non prenderti a botte? E stavo pure a farmi spiegare tutto. Ma quanto eri scemo?

-Non ero scemo. Ho solo buttato tanto tempo della mia vita. Hai idea di quanto rimpianga il tempo perso negli ultimi 3 anni di Liceo?

-E certo. Studiavi si e no 1/4 della giornata e poi te ne stavi al pc a chattare. Cristo, quanto volevo prenderti a botte. Avessi fatto qualcosa! Potevi uscire, fare più sport, imparare a suonare quella dannata chitarra…vabbè quella ho smesso di suonarla anche io ma perché eravamo due seghe, te lo concedo.

-Lo so, lo so. Ci penso tanto, spesso. Al tempo che ho buttato nel nulla, e del tempo cui dovrò render conto. Ci penso, davvero. Cristo, quanto hai ragione.

La vita fugge, et non s’arresta una hora.
Vivo male il tempo che ho perduto e che perdo. Prima di addormentarmi conto quello ho sprecato a far nulla. Mi pento e rinnovo le mie intenzioni a fare di più. Ma poi, spesso, capita di non riuscire. Come oggi, d’altronde. E ti senti giù, in colpa con te stesso e con al vita.

55.

Commiseràre viene dal latino “cum” (con, insieme) e “miseràri” (aver compassione), ed è a tutti gli effetti esprimere il compiangere la miseria altrui. È un verbo che non mi piace usare né sentire utilizzato, poiché manifesta un implicito senso di superiorità di colui che s’appropria del suo uso.
Un aspetto su cui ho molto lavorato in questi anni è stata la mia vergognosa superbia e saccenza, il mio forte sentimento di superiorità verso l’altro. Ad aprirmi gli occhi fu C., quando nei primi tempi della nostra relazione non esitò a vomitarmi in faccia quanto fossi insopportabile nel mio rivolgermi o parlare degli altri, con quell’aria e quel senso di infondata alterigia e arroganza. Come il più delle volte si sbaglia perché non si riesce ad accorgersi del proprio errare, e si comincia a comprendere solo quando qualcuno ci pone davanti il nostro dilemma, così accadde; e cominciai a prestar più attenzione non tanto a come mi rivolgevo al mio interlocutore quanto piuttosto a cosa pensavo di esso: poiché cambiare le parole mantenendo gli stessi pensieri, ricorda, non può essere un’efficace espediente per risolvere i problemi; potrai rimandarli, forse, ma non risolverli. Il cambiamento non è stato (e non lo è tutt’ora) semplice né immediato, ma ho compreso che tra il sentimento d’umiltà e di superiorità il primo ripaga sempre; mentre il secondo si annovera tra gli ignoranti. È per questo che ho cercato di fare dell’umiltà un modo di sentire la vita e di pensiero, un modo d’agire e di relazionarmi con l’altro. Ma…

… ma ogni tanto pecco ancora. E pecco con coscienza, con umile coscienza. Pecco ogni volta che dimostri ciò che ho sempre pensato di te e sempre ti ho detto. E quando ciò che dico e penso poi si dimostra nei fatti, allora si…lo ammetto: ti commisero.

52.

L’altro giorno mi son deciso a formattare il PC. Pare che si debba fare ogni tot per rimetterlo a nuovo, o quasi. Per ciò che non concerne studio/onore/religione/morale/etica sono un grandissimo pigro, e solo l’idea di salvare i dati su hd esterno, ripristinare il computer alle condizioni di fabbrica, e rimetterci dentro i miei quattro stracci mi dava tremendamente noia.

Ripristinare la vita alle condizioni di fabbrica… Sono un paio di giorni che quest’immagine non me la scrollo di testa.

50.

Sì nasce e si muore; nel mezzo si completa la vita. Mi piace pensarla come un mosaico di attimi; e tu di attimi ne hai trascorsi veramente tanti. Non tutti piacevoli, non tutti facili. Forse il mondo era troppo duro, forse tu correvi troppo in fretta per esso.
In questi ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerci: ti ricordavo dura ed austera e mi sono ritrovato una persona dolce e sola, alla ricerca di affetto e compagnia. Eravamo in sintonia: perché tu avevi bisogno di parlare e io d’ascoltare. Ho imparato a conoscerti dal tuo passato, dai racconti della tua memoria che ora fanno parte della mia.
Sei stata davvero forte, mi son divertito da matti con te.
Ma te ne sei andata al mattino, presto. È successo tutto troppo rapidamente, senza lasciarci il tempo di comprendere e accettare.
Che vu fa?

“Oggi è stato veramente un brutto giorno”
“Ma come? Ci sono io!”
“Infatti tu mi hai portato allegria”

Un abbraccio nonna.