94. Dove chiedo giustificazione per la mia infame condotta

Francamente, quando scelsi di intraprendere la carriera universitaria di Medicina e Chirurgia non fu né perché spinto dall’essere figlio d’arte né perché ne fossi così interamente innamorato; ma perché -in du’ parole- non potevo immaginarmi in nessun altro modo se non con un fonendoscopio Littmann al collo e una cartella clinica in mano.
Data la Maturità, il giorno dopi misi mano a libri universitari di biologia, chimica e fisiologia per prepararmi ai test di Settembre. Una volta entrato, con l’entusiasmo della matricola e le speranze di chi crede d’affacciarsi finalmente alla vita (che illuso!) potei già comprendere che, forse, quel che m’ero immaginato non era poi tanto corrispondente alla realtà delle cose. Maldisposto in una catapecchia gocciolante dal tetto, senza microfono, con il proiettore non funzionante e i professori incompetenti appresi -per la prima volta coscientemente- che scelta erronea avessi fatto. E sebbene negli anni a seguire mi sia più volte svegliato con il bastardo pensiero di mollare tutto e ricominciare da capo, continuo a non vedermi in nessun altro modo se non con un càmice bianco (rigorosamente stirato e profumato) ad ascoltare il logorroico snocciolìo di dolori e acciacchi da parte di ipocondriache vecchiette. Ma il punto è che, dopo 5 anni, la motivazione se n’è andata (complice un corpo docenti frustrato e un ambiente sanitario in cui si può sopravvivere solo tappandosi il naso per lo schifoso olezzo “dell’ingiustizia della società, la miseria corruttrice e l’arroganza del potere”) e continuare -anche se ormai manca poco- è sempre più difficile e deprimente.

Anche mio padre se n’è accorto ed è per questo che ogni volta che intravede la pila di libri sul comodino ironizza sul(l’eccessivo) tempo dedicato alla lettura a scapito dello studio; ma capita sovente che mi regali romanzi (per lo più formativi) con i quali intrattenermi. A Natale, sotto l’albero, ho trovato “La cittadella” di Archibald J. Cronin con un commento di mio padre sul poter unire la lettura alla medicina. Ed è con sorpresa (essendo partito prevenuto) che mi sono ritrovato tra le mani un piccolo capolavoro. Magari -chissà- domani potrò svegliarmi con una motivazione in più grazie al ricordo del dottor Andrew Manson e della sua ingiusta vita.

56.

Ad inizio settimana mi sono rivisto con S., come tutte le volte che torna dall’estero. S. è, forse, l’unico vero amico che conto. Quell’amicizia sincera che non ha bisogno di parole ma di sguardi, che le cose non c’è bisogno di dirle per capirle. È un bravo ragazzo, bravo e serio.
Lo conobbi in 4 elementare quando si trasferì a Roma per il lavoro del padre, lui ed Emanuele. Venivano entrambi dalla Sicilia, un po’ bassetti e tozzi…tarchiati come la maggior parte dei veri siciliani, insomma. Per quanto io sia tremendamente amante della solitudine, ho questa capacità di legare subito, di far subito amicizia. Non sono esattamente come appaio qui nel web. Quando mi rileggo provo forte antipatia nei miei confronti…ma sono anche questo; quello che nei forum o nei blog sembra che si senta stocazzo e precisino e rompipalle, mentre senza una tastiera di pc sono l’imbranato taciturno che quando parla è solo per sparare una cazzata. Faccio ridere, almeno quello.
M’ero dunque ritrovato ad allacciare un bel rapporto con S., che a quell’età significava scegliersi come prima opzione nella partite di calcio (quelle con la palla di spugna nel cortine della scuola), invitarsi a casa, scambiarsi i pokémon in cards e con quei meravigliosi gameboy. Eravamo molto affiatati, insomma.
Con il passaggio alle medie ci separammo e perdemmo di vista; perché io tendo a slacciare i rapporti quando si chiude un capitolo della mia vita. Elementare finita? ZAC. Medie finite? ZAC. Liceo finito? ZAC. Robe del genere, avete capito. Non so perché…ma non mi piace portarmi dietro troppi legami, sebbene le persone importanti le serbo nel cuore e nei ricordi, quello si. Non costa nulla, o forse costa anche di più.
Ci ritrovammo nella stessa classe di Liceo. Feci fatica a riconoscerlo con quel barbone. Cazzo, a me cresce poca tutt’ora, lui a 14 anni si radeva una volta ogni tre giorni. Da là tutto tornò come prima, all’incirca. Perché mentre lui amava la compagnia dei fighetti della classe, io preferivo starmene più in disparte con quelli più anonimi. Ma gli sguardi c’erano, e la complicità è rimasta. Fino alla fine.
Ora sta facendo un master in Scozia in Business and management, dopo aver preso la laurea triennale in Belgio.
Ogni volta che torna, quindi, ci ritroviamo per un paio di aperitivi. Tre-quattro volte l’anno, non di più. Sempre lo stesso posto, che fa schifo e costa pure troppo per quel che offre. Ma è il nostro bar, ormai. Appuntamenti sempre sul tardo pomeriggio, ad un orario che, lui, puntualmente trasgredisce, lasciandomi ad aspettare 10, 15 minuti. Ora, però, ho imparato. Questa volta ha aspettato lui.
E così ci siamo ritrovati a parlare, raccontandoci tutto quello accadutoci da Luglio scorso (non ci sentiamo con email o sms. Quelli, solo per auguri) ed improvvisamente:

-Ma tu hai detto a Cr. (la sua morosa) di essere un asociale?

-Oh, beh, si, potrebbe essere. Perché?

-Perché quando parliamo di te, Cr. dice che sei un asociale, e che gliel’hai detto tu.

-Lo sai che sono bravo a farmi pubblicità.

-Ma ci pensi quando al ginnasio ti obbligavo ad uscire con noi il Sabato sera e venivo sempre a prenderti sotto casa con il motorino? Altrimenti te ne stavi sempre a casa!

-Eh…ricordiamoci anche che i Sabato sera con quelli erano un classico: Campo dei fiori e sbronza. Così, alla meno peggio.

-Vero…ma almeno ti facevo uscire, Cristo! Menomale che c’ero io, guarda! E ricordi invece quando ci preparammo per l’esame di Stato assieme, e passavi ogni 10 minuti a controllare quel cazzo di FarmVille?

-Era Restaurant City, non FarmVille. Ed avevo un ristorante bellissimo.

-Cazzo è uguale. Cristo, ma come ho fatto a non prenderti a botte? E stavo pure a farmi spiegare tutto. Ma quanto eri scemo?

-Non ero scemo. Ho solo buttato tanto tempo della mia vita. Hai idea di quanto rimpianga il tempo perso negli ultimi 3 anni di Liceo?

-E certo. Studiavi si e no 1/4 della giornata e poi te ne stavi al pc a chattare. Cristo, quanto volevo prenderti a botte. Avessi fatto qualcosa! Potevi uscire, fare più sport, imparare a suonare quella dannata chitarra…vabbè quella ho smesso di suonarla anche io ma perché eravamo due seghe, te lo concedo.

-Lo so, lo so. Ci penso tanto, spesso. Al tempo che ho buttato nel nulla, e del tempo cui dovrò render conto. Ci penso, davvero. Cristo, quanto hai ragione.

La vita fugge, et non s’arresta una hora.
Vivo male il tempo che ho perduto e che perdo. Prima di addormentarmi conto quello ho sprecato a far nulla. Mi pento e rinnovo le mie intenzioni a fare di più. Ma poi, spesso, capita di non riuscire. Come oggi, d’altronde. E ti senti giù, in colpa con te stesso e con al vita.

52.

L’altro giorno mi son deciso a formattare il PC. Pare che si debba fare ogni tot per rimetterlo a nuovo, o quasi. Per ciò che non concerne studio/onore/religione/morale/etica sono un grandissimo pigro, e solo l’idea di salvare i dati su hd esterno, ripristinare il computer alle condizioni di fabbrica, e rimetterci dentro i miei quattro stracci mi dava tremendamente noia.

Ripristinare la vita alle condizioni di fabbrica… Sono un paio di giorni che quest’immagine non me la scrollo di testa.

42.

Ed allora sì; magari son proprio questi i momenti giusti. Quando l’orologio batte le 3.15 del mattino e ti accorgi che fuori piove. Ed allora sì, dai, cominci a pensare che la tua vita è come una grossa, gigantesca, paffuta nuvola carica d’acqua; e gli istanti della tua esistenza scivolano giù toccando il fondo dell’asfalto, senza chiedere il permesso, senza esigerlo. Tu stai sù, in alto, tu sei la nuvola. Come sei contenta inizialmente, povera nuvola! Perché hai in te tutto: la somma dell’esistenza, l’origine della vita.
Sei piena e trabocchi, cominciando a lasciar cadere le annoiate gocce ormai stufe di farti compagnia. Ma non ci fai troppo caso: perché ti credi immensa nel tuo pensiero limitato; sicché, però, quando cominci a sentirti troppo leggera, quando cominci a sentirti nuda, allora ti accorgi che sotto -su quella zattera di cemento tanto lontana- la pozzanghera s’è trasformata in fiume: ed il fiume in mare e poi il mare in oceano. E tu, tu cominci a prender coscienza che più lasci cadere le gocce tanto più diventi piccola, innocua, bianca.

Quando ti accorgi che istante dopo istante gli attimi della vita cadono vittime del passat…: ti senti inutile, trovi tutto inutile.

È difficile trovare un significato a ciò che accade. Convincere noi stessi che per tutto ve ne siano uno, forse, è l’ironia tragica della vita. Ed allora sì, dai, ancora una volta sfoggiando un sorriso ripeterò la miglior barzelletta del mio repertorio: “Dio non gioca ai dadi ed io non credo nelle coincidenze”.

39.

La vita è come un cerchio tracciato a mano. Impreciso, dunoso, irregolare. Non è circolarmente perfetta. La vita non possiede diametri regolari nè tantomeno raggi di uguale lunghezza. È piuttosto un abozzo di linee disegnate da una mano che trema: d’emozioni, di sentimenti e di pensieri; scossa dall’esperienza e all’ombra di paure.
La vita non è un cerchio che nasce dalla precisione d’un compasso nè dall’aiuto d’un cilindro. È invece una linea rotondeggiante insicura, esitante, dubbiosa.

Perché la vita è unica nel suo esser costituita di attimi. Perché ha i suoi momenti di smarrimento e di sconforto; ma termina sempre là dove è iniziata. Perché la vita è una linea chiusa che disegnamo s’un foglio che cade.

Digressione

30.

Non sopporto i ritardatari cronici. Non sopporto chi SEMPRE fa ritardo. Non sopporto chi si crede ‘sto cazzo e pensa che tutto giri attorno a lui, permettendosi di far aspettare un povero diavolo così, senza un perché. Non sopporto chi ha sempre una scusa pronta per il proprio ritardo.

È così impegnativo essere puntuali? È sì tanto difficile programmare e gestire il proprio tempo? È davvero assurdo comprendere che fare ritardo (sempre) significa mancare di rispetto alla persona che ti sta aspettando?

29.

Quando mi si chiede se vi è qualcosa che rimpiango, rispondo sempre il non aver conosciuto i miei nonni. Il primo, quello materno, morì quando avevo circa 5-6 anni; il secondo invece quando ne avevo 10…ma a quel tempo era già perso nel suo mondo per poterci parlare.
Ed è di quest’ultimo in particolare che, con rammarico, sento la mancanza.

Il Giovedì pomeriggio mi ritrovo a far compagnia alla nonna, essendo esso il giorno libero della badante. E sebbene abbia da studiare o chissà altro, non riesco a non sedermi accanto a lei e sentire le sue storie, la sua vita, i suoi tormenti, i suoi rimpianti. Sempre gli stessi, sempre uguali. Ma mi piace. Mi piace stare là, disteso sul divano, lasciandola sfogare, a vederle gli occhi illuminarsi o oscurarsi d’un passato ormai lontano. Un passato duro, faticoso, impegnato.
Mia nonna è stata una personalità particolare. Un carattere molto forte, molto autoritario, capricciosa, severa, maliziosa, diffidente. Ed ha avuto una vita molto difficile, sin dall’infanzia. Ma quando siamo assieme parla, parla, parla. Racconta di tutto, di tutti. Anche di lui. Di mio nonno. Di quell’uomo che dal pascolare le pecore sino a 15 anni, si decise ad istruirsi e prendere il diploma d’insegnante sino ad arrivare a dirigere una scuola. Di quell’uomo mesto e silenzioso, filosofo, scrittore, poeta. Di quell’autorità silenziosa ma terribile, di quella tacita severità che faceva scudo ad un carattere dolce e bisognoso d’affetto. Un uomo di cultura, di grande cultura. Di pensiero. Di quel morente che nell’ultima notte, prima dell’ultimo respiro, ha ripetuto incessantemente “Mamma ti ho voluto bene, mamma ti voglio bene“, invocando la madre persa a 4 anni.

E così, anche oggi, ho riascoltato le storie di questa vecchietta ultra-novantenne, ancora lucidissima e capace di farsi 5 piani di scale a piedi senza mai arrestarsi. Ed ho avuto il piacere di riascoltare la vita di mio nonno. E niente, tutto qui.

3.

L’uomo è superficiale, lo sappiamo. Vive immerso nel suo mondo con i paraocchi, con la sterile convinzione che tutto ruoti e giri attorno e per lui. La sofferenza, il dolore, le disillusioni, le delusioni: tutto ciò ci permette di svegliarci dall’ inevitabile torpore sentimentale e spirituale a cui siamo abbandonati alla nascita. Se sai soffrire, se non rifiuti il dolore, ma se invece lo accetti come parte inscindibile dell’essenza ed esistenza umana, se comprendi che esso esiste perché possa esserci in sua assenza la felicità: allora cominci a guardare il mondo, la gente, i sentimenti in maniera differente. “Einmal ist keinmal”, recita il proverbio tedesco. Se “ciò che accade una sola volta è come se non fosse mai stato” allora, riflettendo con Kundera, anche la vita è un nulla assoluto. Ma se si prende realmente coscienza e conoscenza che la vita proprio perché unica, proprio perché costruita da attimi irripetibili è magnifica e insostituibile, allora probabilmente si può essere capaci di dare il giusto valore ai momenti, alle gioie, al dolore. Schopenhauer ci insegna che la felicità è il fuggire maggiormente il dolore ed i problemi. Ma non è vero: la felicità è l’aver conosciuto, accettato ed aver imparato dal dolore. È una fonte di crescita necessaria.