56.

Ad inizio settimana mi sono rivisto con S., come tutte le volte che torna dall’estero. S. è, forse, l’unico vero amico che conto. Quell’amicizia sincera che non ha bisogno di parole ma di sguardi, che le cose non c’è bisogno di dirle per capirle. È un bravo ragazzo, bravo e serio.
Lo conobbi in 4 elementare quando si trasferì a Roma per il lavoro del padre, lui ed Emanuele. Venivano entrambi dalla Sicilia, un po’ bassetti e tozzi…tarchiati come la maggior parte dei veri siciliani, insomma. Per quanto io sia tremendamente amante della solitudine, ho questa capacità di legare subito, di far subito amicizia. Non sono esattamente come appaio qui nel web. Quando mi rileggo provo forte antipatia nei miei confronti…ma sono anche questo; quello che nei forum o nei blog sembra che si senta stocazzo e precisino e rompipalle, mentre senza una tastiera di pc sono l’imbranato taciturno che quando parla è solo per sparare una cazzata. Faccio ridere, almeno quello.
M’ero dunque ritrovato ad allacciare un bel rapporto con S., che a quell’età significava scegliersi come prima opzione nella partite di calcio (quelle con la palla di spugna nel cortine della scuola), invitarsi a casa, scambiarsi i pokémon in cards e con quei meravigliosi gameboy. Eravamo molto affiatati, insomma.
Con il passaggio alle medie ci separammo e perdemmo di vista; perché io tendo a slacciare i rapporti quando si chiude un capitolo della mia vita. Elementare finita? ZAC. Medie finite? ZAC. Liceo finito? ZAC. Robe del genere, avete capito. Non so perché…ma non mi piace portarmi dietro troppi legami, sebbene le persone importanti le serbo nel cuore e nei ricordi, quello si. Non costa nulla, o forse costa anche di più.
Ci ritrovammo nella stessa classe di Liceo. Feci fatica a riconoscerlo con quel barbone. Cazzo, a me cresce poca tutt’ora, lui a 14 anni si radeva una volta ogni tre giorni. Da là tutto tornò come prima, all’incirca. Perché mentre lui amava la compagnia dei fighetti della classe, io preferivo starmene più in disparte con quelli più anonimi. Ma gli sguardi c’erano, e la complicità è rimasta. Fino alla fine.
Ora sta facendo un master in Scozia in Business and management, dopo aver preso la laurea triennale in Belgio.
Ogni volta che torna, quindi, ci ritroviamo per un paio di aperitivi. Tre-quattro volte l’anno, non di più. Sempre lo stesso posto, che fa schifo e costa pure troppo per quel che offre. Ma è il nostro bar, ormai. Appuntamenti sempre sul tardo pomeriggio, ad un orario che, lui, puntualmente trasgredisce, lasciandomi ad aspettare 10, 15 minuti. Ora, però, ho imparato. Questa volta ha aspettato lui.
E così ci siamo ritrovati a parlare, raccontandoci tutto quello accadutoci da Luglio scorso (non ci sentiamo con email o sms. Quelli, solo per auguri) ed improvvisamente:

-Ma tu hai detto a Cr. (la sua morosa) di essere un asociale?

-Oh, beh, si, potrebbe essere. Perché?

-Perché quando parliamo di te, Cr. dice che sei un asociale, e che gliel’hai detto tu.

-Lo sai che sono bravo a farmi pubblicità.

-Ma ci pensi quando al ginnasio ti obbligavo ad uscire con noi il Sabato sera e venivo sempre a prenderti sotto casa con il motorino? Altrimenti te ne stavi sempre a casa!

-Eh…ricordiamoci anche che i Sabato sera con quelli erano un classico: Campo dei fiori e sbronza. Così, alla meno peggio.

-Vero…ma almeno ti facevo uscire, Cristo! Menomale che c’ero io, guarda! E ricordi invece quando ci preparammo per l’esame di Stato assieme, e passavi ogni 10 minuti a controllare quel cazzo di FarmVille?

-Era Restaurant City, non FarmVille. Ed avevo un ristorante bellissimo.

-Cazzo è uguale. Cristo, ma come ho fatto a non prenderti a botte? E stavo pure a farmi spiegare tutto. Ma quanto eri scemo?

-Non ero scemo. Ho solo buttato tanto tempo della mia vita. Hai idea di quanto rimpianga il tempo perso negli ultimi 3 anni di Liceo?

-E certo. Studiavi si e no 1/4 della giornata e poi te ne stavi al pc a chattare. Cristo, quanto volevo prenderti a botte. Avessi fatto qualcosa! Potevi uscire, fare più sport, imparare a suonare quella dannata chitarra…vabbè quella ho smesso di suonarla anche io ma perché eravamo due seghe, te lo concedo.

-Lo so, lo so. Ci penso tanto, spesso. Al tempo che ho buttato nel nulla, e del tempo cui dovrò render conto. Ci penso, davvero. Cristo, quanto hai ragione.

Vivo male il tempo che ho perduto e che perdo. Prima di addormentarmi conto quello ho sprecato a far nulla. Mi pento e rinnovo le mie intenzioni a fare di più. Ma poi, spesso, capita di non riuscire. Come oggi, d’altronde. E ti senti giù, in colpa con te stesso e con la vita.

Annunci