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Commiseràre viene dal latino “cum” (con, insieme) e “miseràri” (aver compassione), ed è a tutti gli effetti esprimere il compiangere la miseria altrui. È un verbo che non mi piace usare né sentire utilizzato, poiché manifesta un implicito senso di superiorità di colui che s’appropria del suo uso.
Un aspetto su cui ho molto lavorato in questi anni è stata la mia vergognosa superbia e saccenza, il mio forte sentimento di superiorità verso l’altro. Ad aprirmi gli occhi fu C., quando nei primi tempi della nostra relazione non esitò a vomitarmi in faccia quanto fossi insopportabile nel mio rivolgermi o parlare degli altri, con quell’aria e quel senso di infondata alterigia e arroganza. Come il più delle volte si sbaglia perché non si riesce ad accorgersi del proprio errare e si comincia a comprendere solo quando qualcuno ci pone davanti il nostro dilemma, così accadde; e cominciai a prestar più attenzione non tanto a come mi rivolgevo al mio interlocutore quanto piuttosto a cosa pensavo di esso: poiché cambiare le parole mantenendo gli stessi pensieri non può essere un efficace espediente per risolvere i problemi; potrai rimandarli, forse, ma non risolverli. Il cambiamento non è stato (e non lo è tutt’ora) semplice né immediato, ma ho compreso che tra il sentimento d’umiltà e di superiorità il primo ripaga sempre.

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