92. Sulla Pastorale Americana di Philip Roth e sul fallimento di un Punto e Virgola

Se la figura -tragicomica- dello Svedese rappresentasse semplicemente il fallimento del sogno e del popolo americano non sarei stato in grado di giustificare lo spiazzamento provato. Ma se provo a leggerla in chiave di rappresentazione umana nella sua totalità, allora lo Svedese non è sineddoche solo della grande e (im)potente America ma del grande e (im)potente uomo-qualunque.
Sto volutamente uscendo dal contesto socio-storico del libro; sto mettendo da parte Nixon, il Vietnam, le guerre, le bombe, gli ebrei, i goy, i cristiani, gli americani, il football, il basket, i Marines, i concorsi di bellezza, i genitori, i figli, il cancro, l’ordine e il caos. Sto scuotendo il libro (come si farebbe con un tappeto) lasciando cadere a terra tutto ciò che è stato scritto per edulcorare un’unica e tremenda verità; una verità che richiama Hemingway e Fante e Auster e Céline: che l’Uomo è un essere misero e destinato alla sconfitta in questa merdosa battaglia che è la vita. A nulla sono servite la perfezione dello Svedese e la bellezza pluripremiata della sua sposa; a nulla una vita fatta di auto-controllo, auto-imposizioni, di rispetto e conformismo e passività intellettiva. A niente neppure l’aver rinunciato ad un sogno per portare avanti l’azienda di guanti del padre (e ancora prima del nonno). Perché tutta la perfezione, tutti i sacrifici, tutto l’ordine creato dallo Svedese viene annientato dal caos: da una figlia che è il risultato imperfetto di due perfette forze generatrici. Ed ogni uomo ha la propria Merry, il proprio sovvertimento dell’ordine esistenziale. 

Ogni uomo, nel suo piccolo, è destinato al fallimento. Ed è questo che Roth sta dicendoci:
<<Ehi, il prossimo potresti essere tu>>.

E ancora una volta mi ritrovo miserabile nella mia condizione di sconfitto e la vita mi prende a pugni in faccia, senza che io riesca a trovare la capacità d’alzare la guardia ed incassare in modo dignitoso i suoi colpi. Ed è, ormai, una costante e piuttosto ricorrente situazione, sicché se “einmal ist keinmal” (come recita il famoso proverbio tedesco) -ovvero se ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto- io continuo a sbagliare e rendo concreto quello che, se commesso una sola volta, sarebbe potuto essere negato.
Come riesco a rovinare io i bei rapporti, guardate… un talento che, ahimè, non ho mai chiesto.

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22 pensieri su “92. Sulla Pastorale Americana di Philip Roth e sul fallimento di un Punto e Virgola

  1. ammettere il tuo talento/limite è un passo avanti, non trovi?
    Ma, e mi permetto senza nulla sapere, hai mai considerato che ci sia anche qualche talento/limite dalla parte opposta che ti allontana? Che permette la rovina insieme alla tua?
    Provassi a guardare le cose non solo come una tua colpa ma come una divisione di colpe? Se sei dove sei è perché non ci sei arrivato da solo, forse ti ci hanno portato.
    Un abbraccio grande.
    E sincero
    Chiara

  2. scelgodiessereme ha detto:

    Senti un pò! Con la mia solita distrazione, sono finita per dover privatizzare anche questo altro blog. Non riesco ad inviarti l’invito, non mi accetta il tuo nome utente, ma non è: Punto & virgola G.???

  3. scake ha detto:

    Quanto mi piace questa spudorata eviscerazione della tua parte fallimentare! Perdona il cinismo, ma…perche` cacchio non ci metti mano piu` spesso a `sto blog ???? Eddaje!!!!! Ogni volta traggo ispirazione…a tue spese!
    Ti capisco
    Scake

  4. “Ogni uomo, nel suo piccolo, è destinato al fallimento. ” Non conosco personalmente questo scrittore, anche se mi sono ritrovata nelle mani uno dei suoi libri, forse non era arrivato ancora il momento di leggerlo. Quindi questa frase mi fa capire che è uno scrittore che vede nella vita dell’uomo solo una sconfitta. Io credo che nella vita ci possono essere momenti bui e bisogna viverli fino in fondo ma credo anche che dentro di noi si possa sempre trovare la forza di rialzarci.
    Mi ha fatto piacere vedere che nelle tue letture hai incluso moltissimi classici, che ormai nessuno legge, come Camus o Mann o Proust,…è evidente che stai cercando qualcosa, lo si capisce da quella lunga lista che hai fatto.
    Anche se un bel rapporto finisce ne può iniziare un altro e un altro ancora. Non bisogna soffermarsi sui fallimenti, sulle perdite, ma andare avanti, avanti. Non attaccarsi a nulla perchè oggi siamo qui e domani non si sa. Quindi vivi i rapporti in maniera profonda e non ti crucciare se finiscono o no. Sei umano, come tutti noi, e guardati adesso :)

    • Diciamo che, sotto sotto, P.Roth è un membro onorario della Lost Generation. Ed io con lui. Pessimista? Cinico? Disincantato?
      Boh. Direbbe Hesse che sono un suicida perché vedo la redenzione non nella vita, ma nella morte.

      È vero che si possono iniziare tanti bei rapporti… ma capire il perché tendo sempre a farli fallire credo che sia fondamentale e importante. Mi dà notizie su chi sono e cosa voglio. Non pensi?

  5. è il primo libro di roth che ho letto e per me è come se avesse stracciato delle illusioni, delle convenzioni. Mi aveva reso triste perchè mette nero su bianco come spesso, proprio con le persone più vicine a noi, non riusciamo a comunicare e a far capire il nostro punto di vista.

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